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Cattivissimo me 3 Recensione


Cattivissimo me 3 Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Pare che esistano due grandi scuole ben distinte per quanto riguarda i film di animazione moderni. Da una parte quella Pixar, un cinema (per lo più) adulto e autoriale, basato su sentimenti difficili da codificare ma trasmessi al pubblico con fulgida lucidità che trafigge direttamente i cuori degli spettatori (Inside Out e WALL•E, per dirne un paio, anche se ultimamente la casa di produzione californiana sta alternando le proprie produzioni originali con sequel più mainstream, forse per fare cassa, vedi Alla ricerca di Dory e l'imminente Cars 3).

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Dall'altro lato ci sono tutti gli altri, Disney compresa, con film basati sui sentimenti, ma a tratti più dozzinali, grossolani e caciaroni. Non che ciò sia un male, dipende sempre da quello che si cerca.

Sin dalla sua uscita al cinema nel 2010 Cattivissimo Me si è etichettato come un film che racconta - e seguita a raccontare - la formazione di una famiglia anomala, atipica, ma che forse per questo è più vicina alla realtà attuale. Racconta l'incessante evoluzione di Gru, supercattivo criminale che si trovava a dover crescere da solo tre ragazzine orfane (nel primo capitolo), diventando buono e trovando l'amore (nel secondo film). Ora, licenziato in tronco e senza un lavoro, scopre di avere un fratello gemello del quale ignorava l'esistenza.

Anche in questo terzo capitolo il nucleo del film resta proprio la famiglia, un tema che forse ancor più dei due precedenti emerge in maniera preponderante. Tutto il secondo atto è un intrico di sottotrame che non fanno altro che rafforzare tale concetto: viene sviscerato il rapporto tra i due fratelli ritrovati, la paura di una madre di non essere all'altezza delle aspettative delle proprie figlie, il litigio con degli amici di vecchia data (i Minion) e il relativo riappacificamento. E, ancora, la voglia di un genitore di non deludere i propri figli, di non apparire mai inadeguato, bensì un punto fermo di riferimento nonostante le proprie incertezze, paure e difficoltà da affrontare.

Ma tutto ciò non basterebbe da solo a reggere un film di 90 minuti (o perlomeno non un cartone animato che deve sempre tener alta l'attenzione dei giovani spettatori): il vero asso vincente della pellicola è il cattivo! Finalmente, dopo un tempo davvero troppo lungo, agli spettatori viene presentato un antagonista memorabile, che riesce a rubare la scena ai protagonisti "buoni" grazie a una performance che (per quanto digitale) buca lo schermo. Balthazar Bratt (nella versione originale è doppiato da Tray Parker, uno dei creatori di South Park; da noi invece ha la voce di Paolo Ruffini) è un omaggio/glorificazione degli anni '80.

Finalmente, dopo un tempo davvero troppo lungo, agli spettatori viene presentato un antagonista memorabile, che riesce a rubare la scena ai protagonisti "buoni": Balthazar Bratt.

Ennesima prova che la morsa nostalgica al cinema è ancora lungi dall'allentarsi. Baffoni a manubrio, capigliatura cotonata, spalline sproporzionate, big bubble, glitter, cubi di Rubik, effetti laser, musica d'annata. La sua entrata in scena sulle note di Bad di Michael Jackson è una delle migliori intro degli ultimi anni. Tutte le scene in cui compare sono eccessive, fracassone, assurde, gustose e riportano il film a quello stato di cartone animato anarchico, dove ogni trovata è concessa.

Il finale poi, che omaggia i Power Rangers e i Kaiju Movie, riesce a sfiorare addirittura corde che riecheggiano un'epica spereroistica d'annata, quando i cinecomics erano di nicchia e non il prodotto mainstream che sono diventati oggi.

di Marco Filipazzi
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