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Recensione Silenzio in sala
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A Reno, Nevada, sulla fine degli anni Ottanta, Kenny Wells (Matthew McConaughey) conduce una vita di insuccessi all'ombra dei due grandi uomini che lo hanno preceduto: suo nonno, che scoprì una miniera d'oro, e suo padre, fondatore dell'impero dei Wells. Ma Kenny, deciso a invertire il corso della fortuna, risponderà alla chiamata dell'oro precipitandosi in mezzo alla foresta indonesiana per firmare un contratto con l'uomo del fiume Michael Acosta (Édgar Ramírez) e scavare la più grande miniera d'oro scoperta nel XX secolo.

Vincitore dell'Hollywood Film Award 2016, Gold - La grande truffa è un viaggio allegorico attraverso l'avidità e il successo che lastricano la strada verso il sogno americano.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

“Dalle stalle alle stelle”, format statunitense per eccellenza, dove un buono a nulla trova la via del successo grazie a una cospicua dose di lavoro e fortuna, è il sogno nascosto dell'uomo moderno e il leitmotiv attorno a cui si sviluppa la narrazione. Ma l'ultimo film di Stephen Gaghan non è solo il resoconto dell'ascesa ai vertici della finanza di un cercatore d'oro dal ventre prominente e la testa lucida, bensì un amaro ritratto dell'America moderna, figlia della generazione della corsa all'oro, smarritasi alla ricerca del suo giacimento nel mondo selvaggio oltre i confini nazionali. «Non è mai stata una questione di soldi» dice Kenny, ma forse è l'unico a pensarlo. Basato su una storia vera, l'ascesa e il crollo di una compagnia mineraria canadese nel mondo della finanza dei primi anni Novanta, Gold - La grande truffa è il racconto di due uomini che combattono una battaglia di proporzioni epiche contro banche, holding e governi, per placare la febbre che li spinge a strappare frammenti d'oro dalle viscere della terra. Accanto sfilano il ricordo del padre di Kenny, colosso della finanza, e la sensuale presenza della compagna Kay (Bryce Dallas Howard), fari guida nel buio dell'esistenza sregolata di un personaggio grottesco come quello di Kenny, con un look alla Hunter Thompson e la sua stessa dedizione all'autodistruzione.

La fotografia di Robert Elswit, premio Oscar 2008 per Il petroliere, riesce a trasmettere la brutalità del continuo passaggio dalla natura lussureggiante della foresta pluviale alla simmetria dei grattaceli di Manhattan. Ma Gold - La grande truffa, pur miscelando avarizia, eccesso, tradimento e speculazione per ritrarre lo spietato mondo del mercato azionario, soffre lo svantaggio di arrivare nelle sale a pochi anni da film come La grande scommessa (2015) e The wolf of Wall Street (2013), che sono riusciti a svelare i pietosi giri del fumo dietro quello stesso mondo dell'alta finanza, perdendo in questo modo parte della sorpresa e della sua forza drammatica. Oltre alla traccia realizzata da Iggy Pop, di particolare spessore risulta il tappeto rock new wave su cui poggia l'intera narrazione, come il volume di Atmosphere dei Joy Division, che sale piano mentre Kenny scopre Kay tra le braccia di un alto uomo, o Frank Black dei Pixies che urla «dev'esserci un demone tra noi» nella gabbia dove Kenny accarezza la tigre.

Nonostante la bellezza delle immagini e la storia avvincente, è l'attenzione dedicata alla costruzione dei personaggi a conferire profondità all'opera.

Il film di Stephen Gaghan non è solo il resoconto dell'ascesa ai vertici della finanza di un cercatore d'oro dal ventre prominente e la testa lucida, bensì un amaro ritratto dell'America moderna, figlia della generazione della corsa all'oro, smarritasi alla ricerca del suo giacimento nel mondo selvaggio oltre i confini nazionali.

Michael, uomo di mondo dagli occhi pensosi rimasto attraccato al porto sbagliato, finisce per smarrire fama e reputazione tra i lussuosi locali di un hotel indonesiano. Wells, scafato cercatore d'oro, sigaretta tra le labbra e bicchiere di scotch in mano, ha nel cuore un sogno vecchio di tre generazioni e non fa che sentirne il peso. Kay, bella e spaesata ragazza di provincia, potrebbe sciogliere il cuore di qualunque uomo con un sorriso, ma l'unico che vorrebbe accanto è troppo frastornato dalle luci della ribalta per notarla. Tre volti per una grande storia a stelle e strisce sul modo in cui è stata costruita l'America, perché in fondo «un cercatore altro non è che un sognatore che ci crede finché non vede la terra sotto i suoi piedi scintillare».

di Riccardo Bassetti
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