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Recensione Silenzio in sala
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Tony Manero è un ragazzo italoamericano che vive a Brooklyn, trascorrendo le sue giornate fra il lavoro di commesso in un negozio di ferramenta, le sere in una famiglia litigiosa, le scorribande con gli amici e i sabato notte presso la discoteca Odissey 2001. È qui che Tony è veramente qualcuno, bravo come nessun altro.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Incontrata Stephanie - a sua volta appassionata di danza, con il sogno di far carriera e trasferirsi a Manhattan - i due decidono di partecipare a una gara di ballo. Nel frattempo, però, Tony è sempre più insofferente a una vita che non sembra offrirgli alcuna chance, finchè la tragedia e il dolore non gli imporranno di scegliere il proprio futuro.

È l’anno 1977 e La febbre del sabato sera di John Badham segna il destino del giovane attore John Travolta, già noto al pubblico televisivo d’oltreoceano. Il film, la cui sceneggiatura spesso s’irrigidisce in ruoli e ambientazioni che sfiorano lo stereotipo, si fonda sulle difficoltà di un ragazzo italo-americano, nato a Brooklyn e imprigionato in un vita imposta dalle proprie origini, e la sequenza d’apertura è la vera chiave di lettura di una pellicola di cui si è detto molto, ma la cui forza risiede soprattutto nel proporsi come cartina di tornasole generazionale: il ponte che unisce il quartiere di Brooklyn a Manhattan è la strada che Tony Manero deve compiere per inseguire una reale possibilità di riscatto. Mentre l’Europa è marcata dagli anni di piombo, negli Stati Uniti le discoteche divengono non solo luogo di ritrovo, ma anche d’identità collettiva e individuale. Il protagonista, distinto dalle camice fantasia, l’attenzione maniacale per il proprio aspetto, il gruppo di amici di cui è il leader naturale, la danza individuata come mezzo di affrancamento da una condizione socio-economica svantaggiata, diviene emblema delle problematiche giovanili statunitensi della fine degli anni Settanta. Tony Manero teme di non valere nulla ed è questa paura ad annebbiare la sua visione del domani: l’unica cosa che conta per lui e i suoi amici è il presente, fino a quando un evento tragico irrompe nella vita del protagonista, inducendolo a cercare altro per sè stesso. La danza e la musica - in primis quella dei Bee Gees - non sono accessorie al film, ma si affermano come elementi indispensabili alla comprensione e all’individuazione dei caratteri dei personaggi e dell’ambiente in cui vivono.

Dalla camminata iniziale di Tony a Bay Ridge, sulle note di Night Fever, si intuisce come la discomusic intenda pedinare passo dopo passo l’evoluzione del protagonista.

La macchina da presa spesso si sofferma sui numeri danzati che, ben lungi dall'essere meri intermezzi musicali, strutturano l’intreccio e sono una funzione necessaria al film.

Dalla camminata iniziale di Tony a Bay Ridge, sulle note di Night Fever, si intuisce come la discomusic intenda pedinare passo dopo passo l’evoluzione del protagonista, e indimenticabile è la sequenza della vestizione di Tony che si prepara a vivere un ennesimo sabato sera, lontano dai dubbi su sè stesso e dalla propria solitudine. L’incontro con Stephanie (Karen Lynn Gorney) non è tanto l’inizio di un sentimento amoroso, quanto l'acceleratore di una crisi già in atto e della ricerca di un’occasione per vivere la vita che si sceglie. Non si può non riconoscere che La febbre del sabato sera abbozzi anche alcune tematiche che, sebbene non approfondite, lasciano intravedere qualcosa della società americana: gli scontri tra bande rivali appartenenti a etnie differenti, il razzismo che convoglia nella impossibilità di vincere il primo premio in una gara di ballo, solamente perché si è portoricani, l’immaturità affettiva e psicologica di ragazzi catapultati in una vita troppo adulta e sostanzialmente soli. Ma, a trent’anni di distanza, le cose in America sono davvero cambiate?

di Angelica Tosoni
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