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Clown Recensione


Clown Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Uno dei modi migliori per farsi conoscere nel mondo del cinema è realizzare un cortometraggio. Pochi minuti in cui riversare una summa di tecnica, fotografia, passioni e sceneggiatura che facciano da biglietto da visita per ottenere finanziamenti e magari allungare quel corto in un lungometraggio.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Da Within the Woods di Sam Raimi, che fu l'embrione da cui germogliò La Casa, sino a Lights Out - Terrore nel buio di David F. Sandberg che si trasformò in un omonimo lungometraggio la scorsa estate grazie all'interessamento di James Wan. Un meccanismo produttivo (se cosi si può definire) che nei decenni è rimasto sempre simile a se stesso, ma che si è evoluto aumentando la sua potenza con l'avvento di internet, vera vetrina dell'era contemporanea. Un'ulteriore spinta la si è avuta in seguito all'invenzione dei fake-trailer glorificata da Robert Rodriguez e Quentin Tarantino nel loro Grindhouse, dove il primo ha espanso il suo Machete a film con tanto di sequel. Stessa cosa avvenuta poi con Hobo with a shotgun di Jason Eisener e con Clown di Jon Watts, entrambi divenuti film d'esordio per i due cineasti.

Jon Watts girò il finto trailer di Clown con alcuni amici e mai si sarebbe aspettato di attrarre l'attenzione di Eli Roth e ottenere da lui i finanziamenti necessari per trarne un lungometraggio. Un uomo, per non deludere il proprio figlio la festa del suo compleanno, decide di travestirsi da clown. In un vecchio baule trova un costume che pare perfetto per l'occasione ma, conclusa la festa, scoprirà che non è più possibile toglierlo.

Un ottimo horror passato troppo in sordina, ma che rappresenta un buon esordio per Jon Watts, rivelando da subito il suo amore per un determinato tipo di cinema: quello degli anni '80 che parla di ragazzi e di paure da affrontare e superare.

Il costume è in realtà la pelle di un demone che lentamente trasformerà l'uomo in una creatura affamata di carne di bambini.

Alla base del film vi è un'idea semplice ma solida, un horror che reinventa alcune suggestioni classiche calando il tutto in una squisita atmosfera anni '80 che echeggia non nell'estetica, bensì nei contenuti. È l'impianto narrativo (la famiglia medio-borghese americana), l'evolversi della storia (misto tra body-horror e slasher) e alcune soluzioni narrative (il tizio che sa tutto dell'antica maledizione e istruisce il protagonista) ad avere il sapore genuino dell'horror vintage, addensato da alcune citazioni che, anche se abbastanza evidenti, non sono meno gustose. La mutazione (sia fisica che caratteriale) dell'uomo in mostro richiama alla mente il miglior David Cronenberg, mentre l'intera sequenza finale nel parco giochi è una rivisitazione in chiave fanciullesca del primo Alien.

Ma sono le ispirazioni prese di peso dallo Stephen King d'annata a farla da padrone.

Ovviamente l'inquietante clown fa balzare subito il pensiero al terribile Pennywise di It, summa massima dell'orrore celato sotto le sembianze di pagliaccio, ma ci è anche un sottotesto che richiama a gran voce Shining: il padre di famiglia che, da figura benevola e protettrice del focolare, si trasforma in minaccia che vuole distruggere (per non dire massacrare) la propria famiglia, esattamente come Jack Torrance. Un ottimo horror passato troppo in sordina, ma che rappresenta un buon esordio per Jon Watts, rivelando da subito il suo amore per un determinato tipo di cinema: quello degli anni '80 che parla di ragazzi e di paure da affrontare e superare. Tematiche che seguiteranno a riecheggiare anche nei suoi film a venire, da Cop Car del 2015 fino al più recente Spider-Man: Homecoming.

di Marco Filipazzi
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