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Whitney Recensione


Whitney Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Una gigantessa della musica, dalla voce poderosa e dalla carriera esplosiva. Una donna esile, schiacciata dalle proprie insicurezze, che ossessivamente chiedeva al suo esigente staff «Can I be me?»: posso essere me stessa? Whitney Huston è la protagonista del nuovo documentario di Nick Broomfield (alla regia insieme a Rudi Dolezal): il racconto di una delle più influenti personalità nella musica pop tra anni '80 e '90, ma anche del suo tormentato percorso umano.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Una diva sfortunata che, dopo una carriera strabiliante - 200 milioni di copie vendute in tutto il mondo, 22 American Music Awards, il primo posto (insieme a Michael Jackson) nella classifica degli artisti black più premiati di tutti i tempi -, muore nel 2012 a soli 48 anni broken-hearted: con il cuore spezzato. Il film di Nick Broomfield nasce soprattutto per dimostrare che Whitney, dopo tanta carriera, non può essere ricordata solo per i suoi problemi di droga: così, in 90 minuti - tra estratti di concerti, footage e interviste - Whitney Houston è presentata come una sorta di figura angelica, inadatta allo show business. Condannata, sin da giovane, a un triste epilogo.

Il documentario inizia dalla fine, dalla telefonata al 911 che annuncia la morte della star in una stanza d'albergo a Beverly Hills; da qui si fa un salto indietro al tour tedesco del 1999, che fa da trait d'union all'intero racconto. Il racconto vero e proprio incomincia dall'infanzia a Orange, New Jersey, dove Whitney Houston inizia a cantare nel coro gospel della chiesa battista di sua madre, Cissy Houston, pomposa cugina di Dionne Warwick. Al rapporto complesso con i genitori si contrappone la dolcissima storia (d'amore?) con Robyn Crawford, amica di sempre e unica vera compagna di vita. Dopo anni insieme, Robyn esce sconfitta dal triangolo con Whitney e l'ingombrante marito di questa, Bobby Brown: questo abbandono è forse il peggiore dei colpi subiti dalla star lungo la sua vita.

Una gigantessa della musica, dalla voce poderosa e dalla carriera esplosiva. Una donna esile, schiacciata dalle proprie insicurezze, che ossessivamente chiedeva al suo esigente staff "Posso essere me stessa?"

Nick Broomfield racconta una diva tragica, ma anche il suo lato più ordinario: una donna che prova a fare la madre (di Bobbi Kristina, morta a 22 anni, poco dopo la morte di Whitney); una donna gentile, nei ricordi delle sue coriste e della storica guardia del corpo David Robert (che ha ispirato il film con Kevin Costner). Deliziose, le interviste in cui una giovane Whitney tiene a bada con grande personalità giornalisti impiccioni e persino le avance di un assurdo Serge Gainsbourg.

Nick Broomfield si dà parecchio da fare per assolvere Whitney, per riabilitarne l'immagine. Ma ne avevano davvero così bisogno i fan? Tranne che negli ultimi anni della sua vita, in cui appariva consumata dalle droghe e dai dispiaceri, il volto angelico della star e la sua voce - enorme sul palco, adorabile nelle interviste - basta per farla apparire esattamente come la vuole Nick Broomfield: una creatura buona, ma troppo debole. Qualunque peccato Whitney abbia commesso, è già stato perdonato dal suo talento.

Ecco perchè, in questo processo cinematografico, in cui alle accuse della guardia del corpo corrispondono a distanza le risposte della madre Cissy a Oprah Winfrey e le liti tra Bobby Brown e Robyn Crawford, le parti migliori sono di certo le esibizioni della diva. Curiosa la scelta di tenere come punto fermo del film il tour tedesco del 1999, in cui già Whitney non era al suo meglio. Evitabili, gli estratti di backstage in cui la cantante appare stanca o in lacrime. Più belli, i filmati amatoriali in cui Whitney scherza con i suoi amici o la chicca dell'esibizione sul palco con la piccola Bobbi Kristina. Imperdibili, i video dell'esordio di Whitney 19enne. Divertenti, gli aneddoti più candidi: come la scelta (registica) di Kevin Costner di togliere la musica sul finale di Guardia del corpo e fare esibire Whitney Huston a cappella. Per il resto, certe soluzioni adottate in Whitney non convincono troppo: le voci degli intervistati, fuori campo, si confondono tra loro e neanche gli onnipresenti sottopancia riescono fare ordine. Ci sono temi, poi, come il difficile rapporto tra la cantante e la cultura black o la sua difficile condizione di madre che potevano essere approfonditi, a scapito di un po' di malinconia o di riflessioni sulla vita privata della star.

di Aurora Tamigio
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