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It Recensione


It Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Inizio anni ’90, una domenica sera d’inverno. Finito di cenare mamma sistema la cucina mentre papà guarda in tv la rassegna dei goal della giornata.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Io sono sul tappeto a costruire qualche Lego, poco interessato allo sport nazionale. Quando parte la pubblicità alzo d’istinto gli occhi allo schermo, trovandomi a fissare la faccia bianca, il naso tonto e i capelli rossi di un clown che sussurra parole ammalianti da uno scolo fognario. Avevo 7 anni e quello fu il mio primo incontro con Pennywise, con It e con gli incubi di Stephen King in generale. Passa il tempo, mi appassiono all’horror, intuisco l’importanza di King all’interno del genere (il protagonista di Scuola di mostri ha una maglia con il suo nome stampato sopra, perciò deve essere importante) ma ancora non so quanto.

Estate, ho circa 11 anni e mia madre legge It. Sono affascinato da quel libro, che ha in copertina una mano squamosa che esce da un tombino: tutti i giorni mi racconta ciò che ha letto, limando la violenza e i passaggi più truci. Il libro non lo finirà, troppo crudele per i suoi gusti, perciò resto solo con stralci di ricordi, perlopiù le mutazioni di It: la mummia, il licantropo, il lebbroso.

ll solo motivo per cui tale trasposizione viene considerata un cult è grazie all’incarnazione di Pennywise “il clown ballerino”, esteticamente comunque molto lontana dalla descrizione di King, a opera di Tim Curry.

Passa ancora qualche anno, continuo ad amare l’horror e inizio a conoscere King attraverso le sue trasposizioni, alcune molto buone; altre sopravvalutate (come Shining, e lo penso tutt’ora), altre ancora d’infima fattura. Solo durante gli anni del liceo mi approccio al libro, divorando 1200 pagine in dieci giorni. Sublime, magnifico, epico: la summa di tutto ciò che adoro. L’orrore in ogni sua declinazione, l’avventura di un gruppo di ragazzini dal retrogusto spielberghiano e soprattutto la medesima delicatezza di Stand by me - Ricordo di un'estate nel raccontare l’amicizia e le insicurezze del passaggio tra fanciullezza ed età adulta.

A inizio 2000 la parola «hype» non esisteva ancora, ma quando chiusi il libro era quello che provavo.

Così agguantai la mia bicicletta, mi fiondai in videoteca a noleggiare It e mi immersi nella sua trasposizione. Fu in quel momento che ricevetti una sonora lezione: perchè se è vero che “non tutte le ciambelle escono col buco” in ambito cinematografico possiamo affermare che non tutti gli adattamenti sono come Il signore degli Anelli. In parole povere: questo It del 1990 è una delusione totale.

Un gruppo di amici alla soglia della mezza età riceve una strana chiamata che chiede loro di tornare a Derry, la propria città natale, per onorare una promessa fatta 27 anni prima. E più si avvicinano alla sonnolenta cittadina, più i ricordi riaffiorano: memorie fatte di sangue, violenza e terrore ancestrale.

Anche senza ricorrere all’impietoso paragone con il libro, rivisto oggi It è una trasposizione invecchiata malissimo e a tratti raffazzonata, penalizzata soprattutto (ma non solo) dal suo stampo televisivo: non c’è sangue, c’è poca violenza, alcuni passaggi sono confusionari e la caratterizzazione dei personaggi è poco accurata, soprattutto nei comprimari. Indubbiamente condensare gli eventi di 1200 pagine, sfalsati su due piani temporali e densi di una sfaccettatura psicologica e narrativa a dir poco ostica (oltre che a trattare argomenti spinosi come la sessualità e il bullismo), era un’operazione tutt’altro che semplice. Se a ciò si aggiungono i limiti di budget e il fatto che comunque la tv di 25 anni fa era cosa ben diversa da quella di oggi (sempre più cinematografica, dove l’asticella del mostrabile ha raggiunto livelli inimmaginabili all’epoca) ciò che ne emerge è comunque uno sforzo apprezzabile, anche se lontano anni luce dallo spirito kinghiano.

Il motivo per cui tale trasposizione viene considerata un cult è grazie all’incarnazione di Pennywise “il clown ballerino” (esteticamente comunque molto lontana dalla descrizione di King) a opera di Tim Curry. Una performance tanto riuscita da catalizzare l’attenzione degli spettatore nonostante il pagliaccio compaia effettivamente per circa 12 minuti sui 192 totali dell’opera. Quel viso tondo, pelato e ghignante che ti invita a prendere un palloncino si è radicato talmente in profondità nell’immaginario comune di una generazione da diventare il vessillo più emblematico della sterminata biblio/filmografia di Stephen King.

It del 1990 è ricordato con terrore da chi era bambino all’epoca perchè è diventato l’incarnazone della “paura” proprio come avviene per i piccoli protagonisti della storia. Ora, 27 anni dopo (un numero non casuale, che nel libro simboleggia il periodo di letargo del mostro tra una scorpacciata di bambini e l’altra) Pennywise è tornato e quei bambini, ormai divenuti adulti, sono pronti ad affrontare nuovamente le loro ancestrali paure. La finzione che si riversa nella realtà in un gioco di specchi, metafora di qualcosa di bellissimo e terribile, esattamente come accade nel libro.

di Marco Filipazzi
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