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Tomb Raider Recensione


Tomb Raider Recensione

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Videorecensione

A distanza di 15 anni dalla sua ultima apparizione cinematografica (Lara Croft: Tomb Raider - La culla della vita) Lara Croft torna sul grande schermo grazie a Roar Uthaug, con il reboot cinematografico della saga. In termini videoludici il film di Uthaug si ispira a un prodotto del 2013 che propone una Lara Croft ben diversa da quella presentata al mondo da Core Design nel 1996 e poi portata al successo cinematografico da Angelina Jolie: se a quel tempo Lara Croft era un’affermata archeologa, bella ed estremamente sicura di sé e dei propri mezzi, la Lara del reboot a opera di Crystal Dynamics per Square Enix è una giovane laureata, determinata a farsi un nome nel campo dell’archeologia, ma che non ha ancora maturato una piena consapevolezza di sé e delle proprie abilità, più vicina a una ragazza reale che alla supereroina degli anni ’90.

La stessa situazione, con alcune variazioni nelle premesse, caratterizza la protagonista interpretata da una determinata e atletica Alicia Vikander, che raccoglie il testimone di Angelina Jolie in modo abbastanza credibile e affine al nuovo corso del personaggio; pur con differenze importanti e alcune battute poco efficaci distribuite qua e là.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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La Lara della Vikander si trova a Londra per scelta personale: da quando il padre, Sir Richard Croft (Dominic West), è scomparso, Lara cerca di sbarcare il lunario con le proprie forze, rifiutando di ricorrere alla milionaria fortuna di famiglia. Quando ormai è prossima a rinunciare alla speranza che il padre sia ancora vivo da qualche parte, la giovane trova degli indizi del suo ultimo viaggio, che la inducono a partire alla volta di una sperduta isola giapponese, alla ricerca della spaventosa regina Himiko.

Se la sceneggiatura a opera di Geneva Robertson-Dworet e Alastair Siddons rielabora la storia del videogioco per costruire un’avventura affine ma diversa, la fotografia di George Richmond, il setting di Gary Freeman e i costumi di Colleen Atwood sono molto precisi nel riportare su grande schermo la resa estetica di un videogioco che, fra le sue qualità, aveva indubbiamente grafica e mood. In tal senso, senza nulla togliere all’impegno dei producer del film, la resa estetica delle moderne produzioni videoludiche propone delle opere di tale qualità e dettaglio da rappresentare un riferimento che consente pochi errori.

Cionondimeno, si nota nel corso del film una buona attenzione alle specificità dell’avventura che si vive giocando a Tomb Raider: l’ansia della tempesta che porta Lara sull’isola, l’uso dell’arco e della piccozza, i rompicapo da risolvere, il conflitto con le forze mercenarie guidate dallo spietato Vogel (Walton Goggins) e l’atmosfera horror che caratterizza le rovine della tomba di Himiko. In termini di prospettiva, le variazioni che il film propone rispetto al videogioco semplificano la storia del singolo episodio e al contempo pongono le basi per dei sequel, creando un antagonista “ombra” in realtà piuttosto chiaramente individuabile prima che venga esplicitato. Il meccanismo di differenziazione è analogo a quello adottato dalla saga cinematografica di Resident Evil rispetto alla propria opera d’origine, ma l’effettiva probabilità di vedere dei sequel dipenderà molto da come questo primo capitolo verrà accolto.

E questo ci porta al momento dei “ma”. A dispetto di quanto di buono detto, e pur riconoscendogli una qualità generale accettabile, Tomb Raider presenta un classico problema delle trasposizioni da videogioco a film (che nel corso degli ultimi 20 anni è stato raramente superato, spesso film che, più che a uno specifico titolo facevano riferimento alla cultura videoludica tout court): se la resa estetica di Tomb Raider è soddisfacente e apprezzabile tanto dai videogiocatori quanto da spettatori non avvezzi al gioco (sempre meno, a giudicare dalle statistiche), il comparto narrativo - votato inevitabilmente alla costruzione delle scene d’azione - trascura la costruzione dei personaggi secondari e costruisce stereotipi, calati in un contesto che è esso stesso una rielaborazione poco variata di uno standard. Il punto debole di Tomb Raider risiede quindi nella necessità di condensare in due ore (neanche pochissime in fondo) una storia che nel videogioco è molto più approfondita e dettagliata, sia nel delineare i personaggi, sia nel raccontare i contesti storici e contemporanei di quanto affrontiamo.

Questo Tomb Raider cinematografico è il videogioco spogliato della propria interattività, la cui perdita non è compensata adeguatamente: un film d’azione carino, ma non memorabile.

Il Tomb Raider cinematografico è il videogioco spogliato della propria interattività, la cui perdita non è compensata adeguatamente: ne risulta un film d’azione carino, ma non memorabile.

di Roberto Semprebene
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