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Scrivilo sui muri Recensione


Scrivilo sui muri Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Nella Roma notturna, come sempre Pierpaolo lascia il suo tag, il suo nome, sui muri di un palazzo. Casualmente incontra Sole, una ragazza confusa e insofferente alla vita: sebbene all’inizio diffidino di lei, i Civil Disobedience – di cui Pierpaolo fa parte – la coinvolgono nelle loro scorribande fatte di bombolette spray, scontri e fughe.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5

La ragazza è sempre più affascinata dal mondo dei writer nonché da Alex, i cui graffiti sono imbattibili, e i due, nemmeno a dirlo, si innamorano. Come non ferire Pierpaolo, migliore amico di Alex e deciso a conquistare Sole a ogni costo? In una notte rocambolesca, i due amici e la ragazza che ha fatto breccia nei loro cuori si trovano di fronte a sé stessi, e a quello che provano l’uno per gli altri.

Scrivilo sui muri di Giancarlo Scarchilli è uno di quei film che mettono profondamente a disagio per il poco cinema che scorre nei fotogrammi: l’idea di partenza, a dire il vero, non è male, ed è nata – come afferma il regista – «dal desiderio di indagare sul mondo invisibile dei writer. Tutti vedono i loro segni, ma nessuno sa chi c’è dietro». Eppure l’intreccio, banale anche nei risvolti “sociologici”, tradisce ogni intento iniziale, e la buona volontà del regista non è sufficiente a smorzare passaggi narrativi grossolani e vuoti di sceneggiatura. Scrivilo sui muri non è davvero un film riuscito, e questo perché non ha abbastanza coraggio. A dispetto della tematica “contro”, la pellicola si rifugia in binari registici ovvi e tranquillizzanti che poco dicono sull’effettivo disagio giovanile, tanto caro a Scarchilli; l’amore, l’amicizia, il senso di appartenenza. Le gag prevedibili e i personaggi al limite della macchietta impediscono di affrontare con serietà lo sbando di adolescenti che, a ben vedere, sono soli, maltrattati e senza punti di riferimento.

Perché non osare di più, invece che delegare al triangolo amoroso la funzione di fare luce sui giovani abbandonati a sé stessi?

Non è il turbamento dei ventenni il fulcro della pellicola, ma il commento bonario che se ne dà. La distanza tra l’oggetto e il suo trattamento è sconfortante e non c’è approccio pseudo-realistico, condito da qualche parolaccia, in grado di riscattarla: diciamoci la verità, in fondo rasserena sapere che sono sufficienti gli amici e l’amore per superare difficoltà gravi e angosce pericolose, tutto sommato mette a posto la coscienza e fa piazza pulita di ogni responsabilità.

Perché non osare di più, invece che delegare al triangolo amoroso la funzione di fare luce sui giovani abbandonati a sé stessi? Perché non proseguire su quelle tracce, appena accennate e di notevole interesse, sul decalogo dei writer? Perchè lasciarsi fuorviare dal sentimentalismo a tutti i costi? Perché tacere sulle conseguenze di un accoltellamento stupido? Il risultato di questi interrogativi senza risposta è un film adolescenziale che pare poco sincero, fin dall’inizio. Artefatto è truccare di verisimile un chiacchiericcio grondante di luoghi comuni, inutile è abbozzare e suggerire senza andare mai a fondo, rimanendo al sicuro in superficie.

Forse, gli occhioni sgranati di Cristiana Capotondi (perennemente alle prese con dubbi e confusioni da diciottenne), le faccette di Ludovico Fremont e il romanesco strascicato di Mattia Braccialarghe possono entusiasmare un pubblico inesperto, ma per spettatori maturi non c’è scampo. Nulla da ricordare; anzi, forse si: le interpretazioni imbarazzanti della maggior parte degli attori, i falsi colpi di scena e lo scontato happy end che si subodora fin dalle prime battute.

di Angelica Tosoni
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