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Terminator Recensione


Terminator Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La visione del futuro è una chimera, un orizzonte nebuloso, ossessivo retaggio di speranze e paure presenti. Gettando uno sguardo al di là del domani, i nembi si diradano in scenari cangianti, multiformi e mutevoli.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

L’uomo, sempre più solo con se stesso, avvolto dalle sue angosce, da ingombranti manie di onnipotenza, si affaccia all’avvenire con sguardo famelico, vittima del vorace desiderio di saziare la propria oscura avidità. Come l’uomo vitruviano, allunga gambe e braccia a un progresso che vorrebbe sempre più frenetico e accelerato, e avvicinandosi, paradossalmente, si allontana sempre più dal profondo sentimento etico e – per dirla con Hans Jonas – dalla responsabilità per la sopravvivenza delle generazioni future. La cinematografia di fantascienza, con i suoi mirabolanti congegni, è quasi sempre un monito, una lungimiranza mai totalmente immaginaria, piuttosto attinta dai reali e schiaccianti timori di un presente in bilico.

La sfrenata e febbrile spirale tecnologica, i fantasmi nucleari, i terrori di un secolo – il ventesimo – funestato da guerre mondiali e genocidi, sono i germi dell’onirica e delirante visione di un giovane James Cameron. In un futuro post-atomico, dalle fiamme dell’incendio nucleare che travolge e stermina l’umanità, emergono le macchine: a vigilare su un pianeta devastato e desertificato, nel 2029 saranno i cyborg, creati dagli stessi uomini e sfuggiti al loro controllo, dotati di una intelligenza artificiale evoluta, sentinelle volte a uccidere i pochi superstiti del genere umano. Quando una notte del 1984, una impetuosa scarica elettrica genera dal nulla un inquietante e brutale essere dalle sembianze umane (Arnold Schwarzenegger) un altro uomo (Michael Biehn) compare attraverso uno stesso squarcio voltaico. I due, giunti da un tempo non ancora conosciuto, hanno missioni opposte da portare a termine, ma legate ad una stessa donna: rispettivamente uccidere e proteggere Sarah Connor.

La cinematografia di fantascienza, con i suoi mirabolanti congegni, è quasi sempre un monito, una lungimiranza mai totalmente immaginaria, piuttosto attinta dai reali e schiaccianti timori di un presente in bilico



Nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori, avrebbero potuto immaginare che alla distribuzione nelle sale Terminator avrebbe suscitato una risposta di pubblico di gran lunga superiore alle modeste aspettative. Eppure il film di Cameron, seconda opera commerciale dopo Piraña Paura, si fa forte di un soggetto ricco di elementi cruciali per la cinematografia fantascientifica a venire. La veduta sul mondo del futuro è un deserto di rottami contorti, in cui nulla è rimasto vivo, pulsante sulla superficie terrestre, se non i vigilanti cibernetici. Un esiguo drappello di combattenti resiste rintanato nelle viscere della terra, e al loro comando, John Connor.

Gli androidi dispiegano le loro forze mandando nel passato il T-800, per terminare Sarah Connor (Linda Hamilton), e con essa il futuro figlio ribelle. La linearità e lo spessore innovativo della trama, l’elemento fantastico elaborato e riversato in pellicola con budget irrisori (meno di sette milioni di dollari), e l’energia straripante di una sceneggiatura originale, sono il traino del primo successo cameroniano. Gli elementi mitologici della science-fiction passata e di quella a venire si condensano in quest’opera: il rapporto tra gli uomini e le macchine (gli androidi), i viaggi nel tempo, interconnessioni e ciclici ritorni di piani temporali sovrapposti. Se si pensa alle cifre esorbitanti che hanno investito le produzioni dei capitoli successivi e agli effetti speciali in continua evoluzione, questo primo Terminator – con gli escamotage visivi del mago degli effetti visivi Stan Winston, le prospettive forzate delle sequenze del futuro, le protesi e i fantocci, l’animazione “a passo uno” dell’endoscheletro – resta opera epocale nel genere di fantascienza – e d’azione –, lontano concettualmente anni luce dalle possibilità della computer-grafica.

In un 1984 carico di valenze letterarie – che richiama i vaticinanti e apocalittici allarmi orwelliani – Terminator di James Cameron rappresenta il terrore – partendo dall’Hal 9000 kubrickiano e arrivando a Mary Shelley – scaturito dalla perdita del controllo umano sulle sue “creature”: la dipendenza della macchina dall’uomo demiurgo si ribalta in grottesco asservimento dell’uomo al potere tecnologico. Cosa accadrebbe se per un giorno la rete planetaria dei computer decidesse di spegnersi in un cupo e angoscioso black-out? E c’è di più: investiti dall’afflato divinatorio di creare esseri a propria immagine e somiglianza, gli uomini danno vita alla perfetta creatura distruttiva, un androide programmato per annientare il proprio nemico: dalle ceneri della nostra civiltà, una cibernetica araba fenice nasce e si solleva tra le fiamme, acuendo lo stridio d’un terrificante ghigno mortifero. Di fronte al decadente e oscuro umanesimo di fine millennio, una donna, Sarah Connor, affronta la tempesta, nonostante tutto, portando in grembo la speranza di una salvazione.

di Giuseppe Salvo
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