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Recensione Silenzio in sala
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A sei anni da Jackie Brown esce nella sale “il quarto film di Quentin Tarantino”: Kill Bill. Si decide di distribuirlo diviso in due parti, sia per fini meramente commerciali, sia per una mole di materiale girato troppo vasto da proporre in un'unica pellicola.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Tarantino porta sullo schermo una storia di sangue e di vendetta, concepita in realtà circa dieci anni prima sul set di Pulp Fiction; una storia in cui La Sposa (Uma Thurman) è unica e assoluta protagonista, lasciando da parte la galleria di personaggi/protagonisti che avevano caratterizzato le produzioni precedenti del talentuoso cineasta americano. Si parla comunque di un personaggio indimenticabile, diventato di diritto icona-cult del cinema dell’ultimo decennio, una donna killer – la cui tuta gialla è un eco esplicito del Bruce Lee de L’ultimo combattimento di Chen – a cui è stata distrutta la vita, cancellata la famiglia… ma che dopo quattro anni di coma si risveglia con un solo desiderio che le attanaglia il cuore: vendicarsi. E per farlo sceglierà la spada.

Dopo il successo planetario di un capolavoro indiscusso come Pulp Fiction, facile era il rischio di rimanere ingabbiato in una serie di definizioni fin troppo restrittive. Quentin Tarantino, invece, gira un film che è forse la più pura e libera espressione del suo modo di concepire il cinema. Addirittura si potrebbe parlare di un vero film-manifesto della poetica del regista. Il citazionismo è fiero ed ostentato, spinto da un amore genuino per il cinema in tutte le sue forme, specialmente per quello considerato meno “intellettuale”. Sono infatti proprio i b-movies che Tarantino intende celebrare, e per farlo ci propone un adrenalinico mosaico che raccoglie un’infinita e variegata serie di pezzi: si va dai film d’azione violenta orientali degli anni ’70 agli indimenticabili Spaghetti Western, passando attraverso manga, videogiochi, rimandi al cinema di Brian De Palma – si veda la sequenza in ospedale, con tanto di split screen tipicamente depalmiano e musiche di Bernard Herrmann – per arrivare infine agli yakuza-movie e al cinema dei fratelli Shaw.

Un film che è già cult, l’espressione più genuina della poetica tarantiniana, volutamente eccessivo e spesso ridondante nel citazionismo e perfino nell’autocitazionismo, ma anche un sincero e vissuto omaggio ad un genere di film che ormai sembra non esistere più.

Il tutto è sorretto sempre dalla macabra ironia tarantiniana, dalla voglia di regalare due ore di divertimento e da tanto, tanto sangue. Si parla però di una violenza grafica volutamente esagerata, molto cartoonesca, votata decisamente ad una ostentata spettacolarizzazione in termini parodistici.

Dal punto di vista strettamente registico, Quentin Tarantino dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere cresciuto ancora, regalandoci un film che è tecnicamente impeccabile, volutamente chiassoso ed esagerato, ma sempre coinvolgente. La destrutturazione della sequenza è ancora elemento chiave della narrazione, permettendo al regista di plasmare una storia che continua a compiere vorticosi balzi temporali, sorretti da un sistema geometrico di flashback e gestito alla perfezione da un montaggio impeccabile. I dialoghi sono esattamente quelli che era lecito aspettarsi: pungenti, a tratti surreali, talvolta abbondanti di turpiloquio, ma in ogni caso sempre profondamente tarantiniani.

Menzione d’onore per la colonna sonora, che pesca a piene mani da un repertorio vastissimo – esattamente come quello del citazionismo visivo del film – spaziando da musiche che richiamano da vicino il cinema della coppia Sergio Leone/Ennio Morricone a temi tradizionali giapponesi, per arrivare fino alla dance anni ’70 e alle esibizioni dal vivo delle 5,6,7,8’s. Il tutto è amalgamato magistralmente dalla mano sicura del regista, che riesce come in passato a fondere alla perfezione musiche ed immagini, consegnando così determinate sequenze direttamente alla storia del cinema. Un film che è già cult, l’espressione più genuina della poetica tarantiniana, volutamente eccessivo e spesso ridondante nel citazionismo e perfino nell’autocitazionismo, ma anche un sincero e vissuto omaggio ad un genere di film che ormai sembra non esistere più.

di Ivan Zulberti
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