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The Wicked Gift Recensione


The Wicked Gift Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Che il cinema di genere italiano stia lentamente resuscitando dalla propria tomba ne abbiamo già parlato in svariate occasioni, sia per quanto riguarda il circuito mainstream, sia per quello indipendente e underground, dove i generi in realtà non sono mai del tutto scomparsi.

Nel nostro paese abbiamo una lunghissima tradizione di horror e fantastico; cinematograficamente parlando, ma anche ripensando alle nostre tradizioni folkloristiche e alle storie popolari. L’Italia gronda di credenze e superstizioni, di storie che narrano malocchi, fatture e iettature varie.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 4/5

Negli anni il nostro cinema ha assimilato e rielaborato questi miti e queste storie in moltissime occasioni, attingendo alla realtà dei fatti più che alla mera fantasia, declinando l’argomento in molteplici generi attraverso vari decenni. Dal cult assoluto Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio a Non si sevizia un paperino, uno dei film più censurati e duri del nostro Lucio Fulci, datato 1972, che si apre proprio con uno strano rito magico a opera di una “maciara” (una strega della credenza popolare campana), passando per il trash Il medaglione insanguinato e arrivando sino ai cinepanettoni con Colpi di fortuna di Neri Parenti.

The Wicked Gift, horror indipendente italiano di Roberto D’Antona, si inanella perfettamente in questo filone: unisce le credenze popolari del nostro paese e la tradizione horror old-school riportata in voga negli ultimi anni dal cinema di James Wan. Atmosfere gotiche, maledizioni, presagi, presenze, sedute spiritiche e antiche superstizioni; il tutto condito da tensione, un po’ di splatter e persino di una scena cannibalica. La storia è quella di Ethan, giovane designer perseguitato da terribili incubi, che ha il sospetto siano sogni premonitori di sventura. Più cercherà di indagare e scacciare questi incubi, più si ritroverà invischiato in una spirale di sangue, violenza e morte.

Quentin Tarantino disse che la miglior scuola di cinema è realizzare un film. Da questo punto di vista Roberto D’Antona segue alla lettera il consiglio, curando praticamente qualsiasi aspetto della sua opera: regia, sceneggiatura, produzione, montaggio, supervisione musicale. Ed è anche l’attore portagonista.

Un’opera realizzata in assoluta ristrettezza di mezzi, ma che appare più che competitiva se paragonata ai grandi colossi hollywoodiani.

La produzione è povera, il budget a dir poco risicato; ma nonostante la limitatezza dei mezzi, il film trasuda autentica passione (e profonda conoscenza) del genere, specialmente quello virato in salsa nostrana. Gli insegnamenti di maestri italiani come Lucio Fulci, Mario Bava e persino Joe D’Amato non sono rimasti inascoltati da D’Antona. E si vede. Dal punto di vista registico c'è consapevolezza; le inquadrature risultano sempre ben congegnate (spesso anche per mascherare la povertà dei mezzi) e le scene di tensione progettate con cura al momento della ralizzazione e affinate in fase di montaggio.

Anche la fotografia è degna di nota e spicca sopra la media dei prodotti nazionali underground riuscendo, specialemnte nelle scene più horror, a donare profondità e contrasto.

In tutto questo vi è una sola nota dolente, la durata: 110 minuti infatti sono di norma già troppi per un horror mainstream, figurarsi per un prodotto indipendente. Alcune scene risultano essere troppo lunghe e didascaliche; in un paio di casi persino ridondanti. A parte questo, a fine visione si rimane soddisfatti e piacevolmente colpiti dalla qualità di un’opera realizzata in assoluta ristrettezza di mezzi, ma che appare più che competitiva se paragonata ai grandi colossi hollywoodiani.

di Marco Filipazzi
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