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Van Helsing Recensione


Van Helsing Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Nel 2017 con La mummia Universal cerca di rilanciare il genere che l’ha resa famosa — l’horror classico — aggiornandolo allo standard dei blockbuster contemporanei. Un’operazione analoga a quella già tentata nel 1999, quando proprio lo stesso mostro venne affidato alle mani di Stephen Sommers, in un film dal medesimo titolo.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Il successo di quel La Mummia fu un fulmine a ciel sereno, con tanto di sequel a confermare la formula. Proprio con questa formula vincente la casa di produzione decide di non portare avanti la saga egizia, ma di puntare sugli altri mostri e rilanciare il brand. Dracula, l’uomo lupo, il mostro di Frankenstein; ma anche le spose di Dracula, il dottor Jekyll con il suo alter-ego, il servitore Igor. E a combatterli Van Helsing. Ma non l’acerrimo nemico del Conte, né un suo discendente, bensì Gabriel VanHelsing. Una specie di agente segreto in missione per la Chiesa contro il Male.

A tutti gli effetti Van Helsing è, nella struttura narrativa, una sorta di Mummia 3 in cui gli attori potranno anche essere diversi, ma i ruoli sono assolutamente identici. L’eroe che parte all’avvenura controvoglia (ne La Mummia spinto dalla prospettiva di una lauta ricompensa, qui da quella di trovare risposte al suo oscuro passato), la spalla comica (là il fratello della protagonista, qui il monaco-inventore), la ragazza combattiva di cui si innamorerà il duro (Kate Beckinsale).

Il motivo di tale insuccesso? Forse era proprio nella formula. Van Helsing non è un film terribile: è semplicemente innocuo al punto da non essere memorabile.

Entrambi i film, poi, iniziano con un flashback che delinea l’avvio della storia, il tono e soprattutto i personaggi chiave (Imohtep e Anck-Su-Namun, il re Scorpione, Frankenstein e la sua creatura). Ma il vero cordone celato sono le bocche dei cattivi che si deformano, simili a quelle di serpenti; e il personaggio interpretato da Kevin O’Connor (attore feticcio di Stephen Sommers), assolutamente identico a se stesso, viscido, odioso e approfittevole, che sia Benir o che sia Igor. In Van Helsing la fotografia è dominata dai blu, che si contrappongono violentemente alla cromatura rossastra de La Mummia.

Insomma, la Universal dormiva già sonni tranquilli e seguitò a non allertarsi nemmeno quando uscirono le critiche poco lusinghiere: anche Le Mummie erano state stroncate, ma ciò non aveva impedito di racimolare insieme circa 1 miliardo complessivo worldwide. Van Helsing invece totalizzò 300 milioni di dollari.

Un incasso di tutto rispetto, ma che si ridimensiona considerevolmente al netto dei costi di produzione di 148 milioni più le spese di marketing. Il motivo di tale insuccesso? Forse era proprio nella formula. Nonostante tutto Van Helsing non è un film terribile, è semplicemente innocuo al punto da non essere memorabile. Palpabile, il desiderio di Stephen Sommers di mettercela tutta per stupire lo spettatore, ma la cosa è tanto smaccata da apparire come una supplica. Tutto è talmente sopra le righe da risultare noioso. L’eroe assume i contorni del super-uomo a cui non ci si riesce ad affezionare, la ragazza tosta è troppo tosta e persino il conte Dracula non appare mai come una vera minaccia. E poi la CGI, che dopo l’apice raggiunto dalla trilogia de Il Signore degli Anelli, stava già iniziando a stancare il pubblico se utilizzata senza una storia solida alle spalle. Così il primo tentativo di creare un Dark Universe fallì e l’idea rimase lì, in attesa di tempi più maturi che sembrano esser giunti con l’imposizione al cinema di sempre più Universi Condivisi. Solo nel 2017 con La mummia, Universal pare abbia trovato una nuova formula più dosata.

di Marco Filipazzi
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