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Recensione Silenzio in sala
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Il regista olandese Niels Arden Oplev firma il remake di Linea mortale, pellicola di Joel Schumacher del 1991. La trama si riassume velocemente: un gruppo di studenti di medicina, capeggiati da Courtney (Ellen Page), decide di tentare di comprendere che cosa accade al cervello nel momento della morte.

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I cinque studenti, a turno, sperimentano il decesso facendo fermare il proprio cuore per qualche minuto. Purtroppo l'esperimento non sarà privo di effetti collaterali. Al loro risveglio ognuno di loro sarà costretto a fare i conti con il passato, che si manifesterà in incubi, allucinazioni e contraddizioni mai risolte.

Certamente il film di Joel Schumacher non era un capolavoro ma senza dubbio aveva dalla sua la capacità di fascinazione e un uso dei tempi (diegetici) che sottende un certo mestiere, comprovato in altri film. Ovviamente lì anche il cast faceva la sua parte: Julia Roberts, Kiefer Sutherland, Kevin Bacon. Il remake di Niels Arden Oplev, al contrario, appare pigro e fin troppo prevedibile. La protagonista vuole approfondire la linea sottile tra vita e morte perchè ha alle spalle un lutto importante - la morte della sorella, di cui si sente in colpa - e non per pura curiosità scientifica. Ciò le sarà fatale.

Si ha la sensazione che regista e sceneggiatore abbiamo confezionato un lungometraggio a uso e consumo degli adolescenti, puntando sull'horror.

Quello che nel lungometraggio originale voleva essere un esperimento dalle tonalità faustiane, si riduce qui in una sorta di ricerca e di riconciliazione. Le interpretazioni sono scialbe e incoerenti: abbiamo un gruppo di ricchi studenti che vogliono sballarsi ma, al posto di recarsi a qualche festa, escogitano un gioco più intrigante.

Si ha la sensazione che lo sceneggiatore, Ben Ripley, abbiamo confezionato un lungometraggio a uso e consumo degli adolescenti, puntando parzialmente sull'horror: vedi le apparizioni della sorella morta di Courtney, oppure la scena di Marlo (Nina Dobrev) nella cella mortuaria. Digressioni come quella la festa o le sregolatezze alcoliche dei protagonisti, invece, non hanno nessuna giustificazione narrativa.

Ciò che latita sono i tempi giusti e il ritmo, presenti invece nell'originale. Al contrario sembra esserci la volontà di offrire un horror a buon mercato, a discapito della coerenza narrativa e dell'approfondimento psicologico dei personaggi, superficiale e piatto, non raccoglie consensi. Per concludere in bellezza, il messaggio finale è patetico e consolatorio. Come recita Marlo, accompagnata da un mieloso sottofondo musicale, «Non bastava chiedere scusa, dovevamo affrontare i nostri sbagli e perdonare noi stessi...». In definitiva Linea piatta per l'intera durata della pellicola.

di Nicola Barin
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