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Recensione Silenzio in sala
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In una strana cittadina spagnola dove molti abitanti sono affetti dalle più disparate deformità, cinque personaggi reclusi iniziano un lento ma inesorabile percorso di emancipazione dagli imbarazzi sociali che li hanno tenuti lontani dal mondo esterno. Una ragazza dagli occhi schermati da una membrana di pelle, Laura (Macarena Gómez) fa la puttana in una locanda a ore.

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Vanesa (Ana María Ayala), affetta da acondroplasia, è costretta a vestire i panni di un orsetto per un programma televisivo. Samantha (Ana María Polvorosa) ha l'ano al posto della bocca e mangia solo zuppe di pollo. Cristian (Eloi Costa) desidera amputarsi le gambe per diventare una sirena e, infine, Ana (Candela Peña) ha il volto deformato, un fidanzato ossessionato e un amante dal corpo ustionato di nome Guille (Jon Kortajarena). Insieme sono un esercito silenzioso di freaks emarginati e deformi in lotta con il mondo “normale” che ruggisce oltre le mura di casa, alla costante ricerca di qualcuno che li accetti per quello che sono, finendo invece per trovare se stessi.

Scritto a 23 anni, girato a 24 e presentato al Festival di Berlino a 25, Pieles è il film d'esordio del giovane regista spagnolo Eduardo Casanova che, dopo ben otto corti dedicati all'argomento (tra cui l'inequivocabile Eat my shit), concentra le sue energie per offrire un'opera prima attraversata da un forte senso di desolazione. Casanova non si limita a spiare la deformità dal foro della serratura, bensì vi si confronta a viso aperto, conferendole profondità umana attraverso l'uso di un'ironia caustica ma efficace.

Sono cinque i nuclei narrativi di Pieles , associati ad altrettante condizioni, da cui sgorgano microstorie di padri pedofili, madri rabbiose e teppisti in tuta acetata, per formare un insolito affresco d'umanità, impreziosito da una fotografia dai colori saturi e una vera ossessione per il colore rosa. Eduardo Casanova in un'intervista dirà che il film «racconta di cose che mi ossessionano davvero, di domande che mi faccio e alle quali non so rispondere; e della grande necessità di avvolgere di rosa tutto ciò che mi turba».

Eduardo Casanova riesce a inquietare il pubblico con dubbi morali legati alla figura del mostro, rinsaldando con grottesca ironia il legame cinematografico tra normale e diverso.

Ma in questo grande universo di deformità fisiche, creato anche grazie alle abilità di makeup di Lola Gómez, sono invece amplificate le deformità morali, le deviazioni sessuali e la lingua dell'odio di coloro a prima vista “normali” che, per contrasto, appaiono come mostri ben travestiti.

Da qui la vera forza di un film come Pieles, che inizia con un pedofilo in lacrime e termina con una sirena su uno scoglio, che costringe lo spettatore a superare l'impedimento dell'apparenza fisica per concentrarsi su quel che si cela dietro. Tuttavia non sempre ciò che è nascosto si rivela all'altezza delle aspettative: tralasciare l'intreccio narrativo può funzionare in un'opera prima ma, non appena l'effetto sorpresa sarà terminato, il regista spagnolo dovrà lavorare per costruire una storia degna di sorreggere personaggi tanto caratterizzati. Era il 1932 quando i mostri deformi di Tod Browning sconvolsero le sale cinematografiche americane con Freaks: a quasi 90 anni di distanza, Eduardo Casanova riesce a inquietare il pubblico con simili dubbi morali legati alla figura del mostro, rinsaldando con grottesca ironia il legame cinematografico tra normale e diverso.

di Riccardo Bassetti
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