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Recensione Silenzio in sala
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Arriva l’atteso quarto capitolo della serie creata da James Cameron, una delle più amate e delle più costose al mondo, che dall’avvento della computer-grafica in poi ha sempre giocato al rialzo tecnologico. Se ne potrebbe fare quasi un discorso meta-filmico, dal momento che all’apparire di nuovi e più evoluti villain, sono sempre corrisposti mezzi di realizzazione grafica ed effetti speciali avveniristici, vere e reali – a fronte delle finzionali – anticipazioni temporali.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Se per il post-Cameron, nel 2003, ci si era affidati al Mostow di U-571 e a dinamiche narrative ossidate, l’affidamento del quarto episodio a McG solleva non poche perplessità; pensando poi all’ingombrante eredità della pioneristica dilogia, le funamboliche aspettative traballano pericolosamente. La speranza era che lo slogan di lancio non si rivelasse un inquietante e rovinoso avvertimento: che la fine, dunque, abbia inizio.

2018. L’olocausto nucleare ordito dalla potente rete planetaria Skynet, ha sterminato tre miliardi di esseri umani. I sopravvissuti sono raccolti in gruppi sparsi nel pianeta a formare la Resistenza, nella guerra che imperversa ormai da diversi anni contro le macchine. John Connor (Christian Bale), leader profetizzato dell’umanità, in uno degli attacchi sovversivi contro le basi nemiche, scopre la progettazione di oscuri piani orditi dall’autocosciente intelligenza artificiale, attraverso il prototipo di un nuovo e più avanzato modello cibernetico. Dalle ceneri di quell’attacco compare un uomo misterioso chiamato Marcus (Sam Worthington), preda di evanescenti memorie passate.

2018

Quando il Comando Militare studia il metodo per intercettare e modificare i segnali di comunicazione delle macchine e decide di sferrare un massiccio attacco diretto a Skynet, John si oppone fermamente: il suo piano è di liberare i prigionieri catturati dalle macchine. Tra essi infatti si cela l’uomo più importante per la sua vita, per la Resistenza, per l’umanità intera, e Marcus è l’ultimo ad averlo visto: il suo nome è Kyle Reese.

Primo film della saga ambientato nel futuro, Terminator Salvation si trova nella cerebrale condizione di sequel (del terzo) e prequel (del primo); l’ardua missione di gestire le fila dei paradossi temporali costruiti e sostenuti nei precedenti capitoli pende sullo script di John Brancato e Michael Ferris, coadiuvati dalla supervisione di Nolan (Jonathan) e Haggis. Nonostante i promettenti titoli di testa, la sfida di McG, gettata a coloro che riservavano non pochi dubbi, si dissolve in un nuvolone di fumo.

L’impressione che l’esilissima trama venga schiacciata dai retaggi contenutistici cameroniani e dalle roboanti macchinazioni degli effetti speciali è più che fondata. Per gli appassionati seguaci della mitologia dei Terminator, è quasi uno sterile ripasso di vicende assimilate in passato, tra citazioni obbligate e vecchie conoscenze – si vede in azione il T-600 (citato nel 1984) e l’epocale T-800 in progettazione, si risente pure la voce narrante della Hamilton. Per i neofiti non è altro che un dilettevole action-movie spinto sull’acceleratore e minato di stimoli visivi avvincenti. Per l’eterogeneo pubblico un colossale e prorompente pastiche iper-tecnologico – più vicino, soprattutto nel primo tempo, ai Transformers di Michael Bay – che purtroppo non è in grado di frastornare la pochezza avvertita. Il rimprovero è di non aver saputo dare il giusto risalto alla storia e ai protagonisti, che, seppur conosciuti, avrebbero avuto bisogno di un maggiore e più innovativo approfondimento. L’unico personaggio in grado di acuire la tensione dello scontro uomo-macchina (Marcus Wright) si disperde nella robotica e poco “umana” messa in scena. Gli isolati sussulti emotivi giungono in extremis, simbioticamente legati tra loro: l’apparizione di Schwarzenegger e il ricordo dedicato a Stan Winston. Troppo poco per contrastare il dominio annichilente delle macchine.

di Giuseppe Salvo
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