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Brutti e cattivi Recensione


Brutti e cattivi Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti c'è un piccolo film italiano ambientato nella periferia romana: parliamo di Brutti e Cattivi, esordio alla regia dello scenografo Cosimo Gomez. Una commedia nera che ruota attorno a un gruppo di disabili criminali,un po’cialtroni.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Il film è stato sviluppato a partire da un soggetto con il quale lo stesso Gomez ha vinto il premio Solinas nel 2012 e vanta un cast meraviglioso guidato dal duo Claudio Santamaria/Marco D’Amore, visibilmente imbruttiti, e Sara Serraiocco, privata dell’uso delle braccia.

La storia è in realtà molto semplice: questo singolare gruppo di truffaldini organizza un colpo in banca per spartirsi il bottino, rifarsi una vita e potersi permettere qualche intervento chirurgico per riparare ai torti subiti da madre natura. Il clan è composto dal Papero (Claudio Santamaria), che fa il mendicante per strada, figlio di un circense e separato alla nascita dal fratello, rimasto privo delle gambe. Sua moglie è Ballerina (Sara Serraiocco), senza braccia e abilissima con i piedi; il Merda (Marco D’Amore), un drogato rasta e Plissé, un nano rapper.

Il film non è privo di difetti, ma ha grandi pregi. Innanzitutto un grandissimo lavoro sui personaggi, tutti portatori sani di dolore, arrabbiati con la vita. La capacità di sdrammatizzare sulle loro sofferenze, costruendo protagonisti grotteschi proprio partendo dai loro limiti, è ciò che rende originale e interessante la pellicola.

La disabilità dei protagonisti non ne esce ferita: anzi, è quasi un tratto caratteristico del protagonista, una sorta di superpotere che, al contrario, li rende speciali, proprio perché in grado di compire azioni riprovevoli non utilizzando la loro condizione.

Dal punto di vista del trattamento Brutti e Cattivi si avvicina al videogioco e al fumetto: ha scene che ricordano vignette e questo in realtà non stride con l’intenzione dell’autore, che ha lavorato sulla base di storyboard realizzati di Marco Valerio Gallo, che già aveva realizzato quelli di Lo Chiamavano Jeeg Robot.

La dimensione circense è l’ambiente in cui si muovono i protagonisti, con grande credibilità. Le loro azioni sono così esasperate da virare la percezione dello spettatore, portandolo non a empatizzare - come di solito accade - con il loro dolore, ma a ridere per la loro innegabile strafottenza. La sceneggiatura è grottesca, politicamente scorretta, con incursioni splatter a limite del trash, ma non stona con il disegno globale, quello di raccontare con uno sguardo diverso brandelli di periferie, di romanità meticce, disgraziate, accomunate da una voglia di riscatto priva di buone maniere.

Eppure la disabilità dei protagonisti non ne esce ferita: anzi, è quasi un tratto caratteristico dei protagonisti; una sorta di superpotere che li rende speciali, proprio perché in grado di compire azioni riprovevoli non utilizzando la loro condizione, ma nonostante la loro condizione. Che poi, fondamentalmente, è un messaggio bellissimo: quello di uguaglianza, sebbene si parli di criminalità.

Il film ha qualche difetto narrativo, oltre che tecnico. L’uso della computer grafica non è sempre di qualità. Ma la realizzazione e la cura del dettaglio sono davvero spettacolari. Il risultato globale è una ventata di leggerezza e di originalità in un certo cinema di genere che, tra l’altro, pare rinunciare a qualsiasi velleità estetica, da trasformare proprio quei punti macchinosi in altrettanti elementi di forza.

di Valentina Pettinato
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