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Recensione Silenzio in sala
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In principio fu L'evocazione - The Conjuring, horror mainstream che nel 2013 riuscì a rivoluzionare (nel bene o nel male) un intero genere, merito soprattutto della regia placida e sapiente di James Wan. Il film ebbe così tanto successo (318 milioni di dollari d’incasso a fronte di una spesa di 20) che nell’arco di appena 5 anni ha generato un sequel diretto, 3 spin-off, più altri tre film in arrivo (i già annunciati Annabelle 3, The Conjuring 3 e The Crooked Man) che si ricollegano a questo universo.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

L’ultimo capitolo (o primo, dato che si tratta di un prequel) del Conjuringverse arrivato in sala in questi giorni è The Nun - La vocazione del male, antefatto in cui viene narrata la malefica origine di Valak, il demone dalle fattezze di suora già visto in The Conjuring - Il caso Enfield.

Romania, 1952. All’interno di un convento di suore, una delle sorelle si suicida impiccandosi fuori da una finestra. Il Vaticano manda quindi un prete e una religiosa che ancora deve prendere i voti (chiamata in causa non si capisce bene per quale motivo) a indagare, accompagnati dal contadino che ha ritrovato il corpo. Ciò che troveranno sarà un’abbazia attanagliata dal Male, in cui dimora un antico demone.

Come già avvenuto per i due capitoli di Annabelle, James Wan produce e supervisione, ma la regia viene affidata ad altri. In questo caso ad assumersi l’onere è Corin Hardy, che qualche anno fa aveva dimostrato di conoscere il fatto suo con The Hallow, home-invasion irlandese dove una famiglia viene presa di mira dal popolo del bosco. Forse a causa di un canovaccio un po’ troppo classico e pigro (la storia è fiacca e rasenta quasi il plagio, ma di questo torneremo a parlare dopo), forse perché comunque si tratta del quinto capitolo di una saga (o meglio, un universo nato quasi per caso) ma è evidente qualche segno di stanchezza che impedisce ad Hardy di portare a casa il risultato come dovrebbe.

Intendiamoci: il film funziona e si dimostra coerente sia con se stesso che con il resto del Conjuringverse, scavando ancora più a fondo sull’origine del demone Valak e lanciando un gancio bellissimo nei suoi minuti finali. Quello che non convince sono le scene di tensione/paura, che risultano molto meno efficaci rispetto agli altri film, riuscendo a inquietare lo spettatore solo in minima parte.

Il film funziona e si dimostra coerente sia con se stesso che con il resto del Conjuringverse, scavando ancora più a fondo sull’origine del demone Valak e lanciando un gancio bellissimo nei suoi minuti finali.

Eppure i presupposti vi erano tutti: suore, demoni, possessioni e soprattutto croci, croci e ancora croci (ci sono croci ovunque in questo film, rovesciate e non; una trovata estetica davvero riuscita), per non parlare della stupenda location in cui si svolge la vicenda. Per gli amanti del dark tourism: il Monastero di Carta esiste davvero, ma purtroppo nella realtà sono solo rovine (molto suggestive) che poco hanno a che fare con quanto visto nel film; la vera location usata per le riprese è il Castello del Corvino, in Transilvania, dove si dice che Vlad l’Impalatore (colui che dette origine alla leggenda del Conte Dracula) venne tenuto prigioniero per sette anni.

In ultima battuta torniamo sul discorso della sensazione di plagio. Dunwich, 1980: padre Thomas si impicca a un grosso albero nel cimitero, scatenando sulla città le forze del Male. Questo incipit appartiene a un film in cui vi è una scena in cui la protagonista, sepolta viva, viene liberata a suon di picconate che minacciano di trapassarle il cranio (come in The Nun - La vocazione del male), un'altra sequenza in cui una donna lacrima sangue (vedi sopra) e dove l'impiccato ritorna per una scena nel cimitero (ancora uguale).

Il film in questione è Paura nella città dei morti viventi del nostro Lucio Fulci. Omaggio al cinema italiano? Aggiungiamoci anche una fotografia che ogni tanto spara in scena fondali illuminati di rosso sangue che paiono strillare Mario Bava... e diciamo di sì.
 

di Marco Filipazzi
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