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Nico, 1988 Recensione


Nico, 1988 Recensione

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Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è il film che apre la sezione Orizzonti di quest’ultima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il film racconta gli ultimi anni di vita di una delle più importanti icone del secolo scorso: Nico, modella degli anni '60-‘70 diventata poi cantante del celebre gruppo Velvet Underground.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Il film è un biopic su una figura femminile controversa, che da musa di Andy Warhol e cantante di singolare bellezza, a ridosso dei cinquant’anni decide di riappropriarsi della propria identità. Sono gli anni dopo Nico, quelli che racconta la regista, anni in cui l’artista prende le distanze dagli uomini che l’hanno voluta accanto a sé e decide di ricominciare a vivere, essendo semplicemente se stessa.

Dopo l’esperienza con i Velvet Underground, Nico decide di percorrere la strada da solista, e in tour con una band di giovani musicisti decide di affrontare palchi anche difficili, raccontando il suo nuovo progetto musicale. Ma quello che gli spettatori si trovano davanti non coincide quasi mai con quello che si aspettano. Perché Nico non è più la ragazza che suona il tamburello accanto a gruppi di successo, ma una donna con un nuovo futuro davanti, carico di esperienze intime del passato e racchiuse in melodie che si fondano sui rumori che ha registrato nei momenti più importanti della propria vita. Questo tour non sarà facile, perché nei pochi anni condensati dalla regista la protagonista matura decisioni importanti, come quella di liberarsi dall’ossessione del figlio, rinchiuso in una clinica, per riappropriarsi del proprio ruolo di madre.

«Non chiamarmi Nico»: Christa Päffgen - in arte, Nico – ci avvisa quasi all’inizio della pellicola. Quello della famosa modella/cantante del gruppo musicale Velvet Underground è un capitolo chiuso. Lo ribadisce nelle molteplici interviste, dovendosi scontrare quotidianamente con giornalisti che più che conoscere i dettagli della nuova carriera da solista continuano a mostrare curiosità solo sulla sua carriera precedente.

Un bellissimo lavoro, intenso e vero: Nico, 1988 riesce a coniugare, parlando di una sola donna, una sofferenza universale.

Ma Christa, interpretata dalla splendida attrice Trine Dyrholm (Orso d’argento per la migliore attrice a Berlino nel 2016 per La comune di Thomas Vinterberg) non ci sta più. La pellicola si schiude così verso la rinascita della donna, che si libera dal fardello della propria bellezza e decide di recuperare il proprio rapporto col figlio. Il binomio madre-figlio è presente per tutta la narrazione. In ogni azione in cui la donna prova ad affermare la propria arte, la malinconia per le sorti del figlio è sempre un motivo ricorrente.

Negli arrangiamenti, nelle parole delle canzoni che urla con dolore, risiede tutta la sofferenza di una donna che ha avuto tanto, rinunciando alla propria vera identità. La maturità temporale è il cuore del tempo filmico: pur essendo ancora bellissima Nico decide di rinunciare alla bellezza, e farsi trasportare dalla propria verità. Le sue performance diventano lo strumento di affermazione di un’identità che, dovendosi spogliare delle componenti del passato, ricerca un nuovo modo per presentarsi a un pubblico. La regia affida al palco questo ruolo, diventa un luogo in cui parlare senza filtri, in qualunque condizione, e a qualunque costo.

Nel corso della narrazione performance musicali si intervallano a momenti di puro racconto, in cui i personaggi comprimari hanno un ruolo importante, quello di dimostrare che la donna, oltre la leggenda, esiste. E su di lei si riversa molto affetto, oltre che venerazione. Attraverso l’affermazione di questa nuova espressione personale Nico diventa Christa, e si impone, provocando, con coraggio. Nico, 1988 è un bellissimo lavoro, intenso e vero, perché riesce a coniugare, parlando di una sola donna, una sofferenza universale. Quella di chi vuole poter essere madre, artista, donna, e non dover rinunciare a nessuna di queste identità.

di Valentina Pettinato
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