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Recensione Silenzio in sala
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Videorecensione

Il nuovo lavoro di Guillermo Del Toro, una favola onirica e fantascientifica, è stato presentato in concorso ufficiale a Venezia 2017, accolto con molto entusiasmo dal pubblico. La storia è ambientata negli anni Sessanta durante la Guerra Fredda.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 4/5

Elisa (Sally Hawkins), è una ragazza muta che fa le pulizie in una base militare nei pressi di Baltimora. In questa macabra struttura è rinchiusa una misteriosa creatura (Doug Jones), strappata dal suo habitat naturale in Sudamerica, su cui compiere degli esperimenti. Il capo della sicurezza Strickland (Michael Shannon) e il responsabile scientifico (Michael Stuhlbarg) studiano gli elementi che rendono questo essere speciale, quasi una divinità, per usarlo in missioni spaziali. Elisa invece entra subito in sintonia con questa creatura e decide di salvarla. Così un’umile inserviente muta mette in atto un piano per salvare il miracoloso essere, con la complicità della collega Zelda (Octavia Spencer) e del suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins).

Sarebbe limitativo incasellare La Forma dell'Acqua - The Shape of Water in un solo genere filmico, perché è una moltitudine di cose. Ha come sfondo la Guerra Fredda, ma solo per pennellare l’ambiente di tensione e sovraccaricare alcuni elementi, inasprire i caratteri, violentare gli ambienti più asettici. Ma tutto è così elegante, fluido e morbido (grazie anche a un bellissimo gioco di steadycam) che i momenti più duri sono relegati in sequenze quasi isolate dal resto, come unici elementi di frastuono e rumore in un film che fa, del silenzio, la propria cifra stilistica.

Sarebbe limitativo incasellare The Shape of Water in un solo genere filmico, perché è una moltitudine di cose.

Quello di Del Toro un bellissimo lavoro che parla di solitudine e di amore, due sentimenti che si abbracciano in maniera armonica. L’incontro di due apparenti anomalie, una ragazza dolce e affettuosa, dal collo pieno di graffi e priva dell’uso della voce; una creatura anfibia unica nel suo genere, uniti dal linguaggio del silenzio. Da una carenza, in verità, l’impossibilità di usare le parole e la voce, trattati alla stregua di subumani da sfruttare per pulire per terra o fare da cavia. La narrazione non si fa sovrastare dai tratti più duri, da elementi sanguinosi.

Grazie a una scrittura che scivola leggera e grazie alle musiche di Alexandre Desplat, La Forma dell'Acqua - The Shape of Water si congiunge con un certo, bellissimo, classicismo, strizzando l’occhio a vecchi musical romantici. Un racconto lieve, che non trascura il registro ironico, con diversi picchi di sensualità. In questo la grande capacità di Guillermo Del Toro di trasformare una visione, per quanto estrema e surreale, in qualcosa di realistico, di credibile. Con cui sognare.

Ogni personaggio, anche i comprimari, diventano simulacro di qualche elemento deviante per cui essere ghettizzato da una società americana del tempo chiusa e razzista. La regia compie un miracolo: una fanciulla muta, un omosessuale, una donna di colore, uno scienziato immigrato, uniti dalla solidarietà e dall’affetto reciproco, decidono che non hanno niente da perdere perché la posta in gioco, liberare dalle catene una solitudine come la loro, è un’impresa necessaria, un rischio che vale la pena prendere. Sfruttando location sui generis - da un cinema in disuso a vasche da bagno colme d’acqua - Guillermo Del Toro rende qualsiasi elemento metalinguaggio, caricando le azioni dei due protagonisti, impossibilitati a parlare, di un tripudio di significati.

di Valentina Pettinato
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