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Recensione Silenzio in sala
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Ridley Scott è considerato uno dei registi più prestigiosi in circolazione, forte di una carriera ormai quarantennale e responsabile di alcuni pilastri portanti del cinema e della cultura pop contemporanea. Mi riferisco a titoli come Alien, Blade Runner e, perché no, Thelma & Louise.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Ma siamo onesti con noi stessi: qual è l’ultimo suo film che ricordate con ammirazione? Forse Il Gladiatore, che gli valse anche una pioggia di Oscar? Se la risposta è sì vi ricordo che correva il maggio del 2000 quando uscì nelle sale! E poi? La verità è che negli ultimi 18 anni Ridley Scott ha vissuto perlopiù di luce riflessa, senza riuscire però ad apporre la propria firma su di un altro caposaldo cinematografico, come se avesse perso lo smalto e la grinta di un tempo. E il vero problema del suo ultimo film, Tutti i soldi del mondo, è proprio questo: è una storia piena di spunti e sottotesti interessanti, ma che quasi sembra girata da un regista alle prime armi.

Tratto dal saggio Painfully Rich: The Outrageous Fortune and Misfortunes of the Heirs of J. Paul Getty di John Pearson, incentrato sulle disavventure dalla nota potente famiglia, il film racconta i fatti realmente accaduti nel 1973, quando il petroliere Jean Paul Getty era considerato l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di circa un miliardo di dollari. A Roma suo nipote venne rapito e per la sua liberazione i sequestratori chiesero un riscatto pari a 17 milioni di dollari che Getty si rifiutò di pagare.

La sceneggiatura a opera di David Scarpa era finita nella black-list del 2015 (una lista annuale che contiene le sceneggiature più promettenti non ancora prodotte da uno studios) e quando venne letta dai produttori della Imperative Entertainment pensarono subito che fosse interessante. E lo è! Oltre alla storia reale che ruota intorno al rapimento di John Paul Getty III e alla corsa contro il tempo della madre per recuperare i soldi del riscatto, la sceneggiatura è un’interessante e acuta riflessione sul significato dei soldi. Vengono portati alla luce concetti legati alla ricchezza, al potere e all’avidità umana facendo emergere – soprattutto grazie al personaggio di Getty Sr. – l’inquietante interrogativo se siano più importanti i soldi o la propria famiglia.

Paul Getty è magistralmente interpretato da Christopher Plummer, chiamato nell’ottobre del 2017, a riprese già concluse, per sostituire Kevin Spacey, travolto da una bufera di accusie per molestie e violenze sessuali.

A fine visione, oltre alla curiosità di sapere come sarebbe stato questo film se avesse visto la luce con il volto (truccato) di Kevin Spacey, permane anche quella di vederlo girato da un regista più grintoso.

Mantenendo invariata la data di uscita del film, Ridley Scott e la produzione hanno realizzato un piccolo miracolo rigirando in tempo record tutte le scene che prevedevano il nuovo attore. Ciò che ne emerge è il ritratto di un uomo solitario ed emarginato (nella maggior parte delle scene Plummer appare da solo e senza comprimari, questo perché sul set non erano presenti altri attori, pertanto nelle scene di dialogo sono solo campi e controcampi e sono pochissimi i totali in cui lo si vede insieme a qualcun altro) arroccato nella propria fortezza nel disperato tentativo di tenere tutti a distanza perché tutti vogliono una parte della sua fortuna.

Il problema di Tutti i soldi del mondo è la regia. Sebbene Ridley Scott eccella nella direzione degli attori (Christopher Plummer e Michelle Williams su tutti) troppe scene mantengono una patina da sceneggiato televisivo di scadente fattura, specialmente in tutta la parte legata ai rapitori. Un’altra nota dolente è senza dubbio la durata, 132 minuti: un difetto sempre più presenti nelle produzioni contemporanee che tendono a diluire le storie e annacquare la tensione narrativa.

Peccato perché a fine visione, oltre alla curiosità di sapere come sarebbe stato questo film se avesse visto la luce con il volto (truccato) di Kevin Spacey, permane anche quella di vederlo girato da un regista più grintoso.

di Marco Filipazzi
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