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Recensione Silenzio in sala
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Dopo essere entrato a gamba tesa nel panorama horror mondiale con Saw, James Wan si è allontanato subito dalle derive violente di questo tipo di cinema per concentrarsi su atmosfere più classiche. Di fatto ha riportato in voga le suggestioni gotiche, meccanismi di tensione e paura fatti di tempi dilatati, silenzi prolungati e bui abissali nei quali si annidano demoni, spiriti e presenze irrequiete.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Il suo primo tentativo, Dead silence (horror a base di burattini e ventriloqui) non ha il successo sperato, ma Wan non demorde e ci riprova con Insidious.

Il film condisce un dramma familiare - il figlio di una giovane coppia cade in uno strano stato comatoso - con suggestioni che spaziano da Poltergeist (l’improbabile terzetto di medium) al j-horror (gli spiriti tormentati e rancorosi, ma anche la tensione che si costruisce più sul sottointeso che sul mostrato) sino a toccare corde freudiane (l’Altrove inteso come dimensione fisica del nostro inconscio).

James Wan è in cabina di regia, Leigh Whannell (accanto a lui sin dall’esordio) cura la sceneggiatura; come produttori troviamo Oren Peli (che in vita sua ha azzeccato un solo film, il primo Paranormal Activity, e ora vive di reddita su altre produzioni low-budget) e Jason Blum, il Re Mida dell’horror. Insidious si rivela un successo, incassando nel mondo 97 milioni di dollari a fronte di un budget di 2 (scarsi). Mentre James Wan si afferma come pilastro dell’horror contemporaneo grazie al suo The Conjuring – L’evocazione nel 2013. E dato che “squadra che vince non si cambia” anche in Insidious 4 - L'ultima chiave troviamo i soliti nomi meno James Wan (che dopo il secondo capitolo è rimasto solo in veste di produttore) sostituito per quest’occasione da Adam Robitel. Ed è proprio lui che si dimostra l’anello debole della brigata: gira un film estremamente piatto, che vorrebbe essere “alla Wan” ma si trasforma in un susseguirsi di jumpscare che non riescono a spaventare. Una regia inefficace per una sceneggiatura che avrebbe richiesto più dignità nella sua trasposizione.

Cronologicamente questo quarto film è in realtà un sequel del prequel (l’ordine lineare dei capitoli è 3,4,1,2) che mette al centro della vicenda Elise, la medium interpretata da Lin Shaye, e affianca al solito “caso da risolvere” un sottotesto molto più profondo, che scava nel passato e nell’inconscio di questo personaggio.

Considerando che di solito le saghe (soprattutto quelle horror) arrivano al quarto capitolo con il fiato corto, questo Insidious 4 - L'ultima chiave riesce a infarcire la sceneggiatura con più di un guizzo. Al di là dei colpi di scena della trama, quello che colpisce sono i sottotesti.

Considerando che di solito le saghe (soprattutto quelle horror) arrivano al quarto capitolo con il fiato corto, questo Insidious 4 riesce a infarcire la sceneggiatura con più di un guizzo.

Innanzitutto il dualismo dei mostri, che in questo film non sono più solo presenze provenienti dall’Altrove, ma trovano corrispettivi anche nella realtà (passata e presente) quasi a confermare la natura mostruosa dell’essere umano. In questo senso i flashback che ricostruiscono l’adolescenza di Elise sono la parte più interessante del film e resta il rammarico che forse avrebbe potuto essere indagata maggiormente.

In battuta finale vi è l’Altrove, questa dimensione/limbo che funge da transito tra il mondo dei vivi e quello dei morti (e che nell’estetica ha influenzato molto il Sottosopra di Stranger Things). Una dimensione in cui, capitolo dopo capitolo del franchise, diventa sempre di più preponderante la componente lynchana (in quest’ultimo film vi è una porta rossa che deve essere aperta) che unisce sogno, incubo, realtà e incoscienza. Se decidessero di girare un quinto capitolo (ipotesi tutt’altro che improbabile) sarebbe davvero bello che fosse incentrato per intero sull’analisi dell’Altrove.

di Marco Filipazzi
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