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Recensione Silenzio in sala
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Jess e Chloe, madre e figlia, non hanno rapporti da diversi anni: la prima, infatti, aveva abbandonato l'erede a una struttura specializzata per curare la propria dipendenza dalla droga. Ora la donna vorrebbe riprendere con sé Chloe, ormai adolescente, ma la ragazza rifiuta.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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La notte seguente il loro poco felice incontro, però, la giovane rimane vittima di una maledizione legata a una vecchia casa diroccata, un tempo abitata da un'anziana ritenuta una strega: chiunque bussi alla porta della dimora verrà perseguitato dallo spirito della megera. Chloe inizialmente rifiuta di credere alle dicerie ma quando il suo migliore amico scompare nel nulla decide di chiedere ospitalità alla madre, ignara che l'orrore le è ormai alle calcagna.

Tre anni dopo il sorprendente sci-fi The Machine (2013) il regista gallese Caradog W. James torna dietro la macchina da presa per dirigere un horror di stampo classico, che guarda sia al filone delle case maledette che a influenze più tipicamente j-horror. Il risultato non può dirsi del tutto convincente per via di un cast non all'altezza e di una sceneggiatura fin troppo telefonata, colpo di scena finale incluso, che va a ripescare iconografie demoniache del folklore est-europeo inerenti la figura di Baby Yaga, demone con l'aspetto di un'inquietante vecchietta che tormentava le proprie vittime.

Non bussate a quella porta ha comunque un motivo di interesse nella solida impostazione stilistica che, pur sfruttando soluzioni tipiche del filone, si affida a efficaci jump-scare per la sua progressiva crescita tensiva, e qualche sano spavento fa capolino nei novanta minuti di visione. Soggettive "rotanti", giochi di luci e ombre, inquadrature che sfruttano al meglio l'ambientazione domestica danno perciò vita a momenti di genuina inquietudine che risollevano almeno in parte le forzature di una sceneggiatura confusa in cui la troppa carne al fuoco rischia in più occasioni di rovinare l'atmosfera del racconto. L'impressione è quella di assistere a un compitino preciso per ciò che concerne la messa in scena delle immagini, ma assai più incerto nel dar vita a dei personaggi e a una storia che finiscono per adagiarsi su fastidiosi cliché amalgamati alla bell’e meglio.

Non bussate a quella porta ha comunque un motivo di interesse nella solida impostazione stilistica che, pur sfruttando soluzioni tipiche del filone, si affida a efficaci jump-scare per la sua progressiva crescita tensiva, e qualche sano spavento fa capolino nei novanta minuti di visione.

di Maurizio Encari
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