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Hostiles - Ostili Recensione


Hostiles - Ostili Recensione

Recensione Silenzio in sala
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1892. Il capitano dell'esercito Joseph J Blocker (Christian Bale) viene incaricato di scortare il pellerossa Yellow Hawk (Wes Studi), in punto di morte, da Fort Berringer sino alle praterie del Montana, terra natìa del capo Cheyenne.

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Durante il viaggio incappano in una donna (Rosamund Pike), rimasta vedova durante un sanguinoso attacco di una tribù Comanche. Il viaggio si rivelerà non privo di tensioni.

Spetta a Scott Cooper, alla sua quarta opera da regista, aprire le danze della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Hostiles - Ostili è un western che affonda le radici in territori ben distanti da quelli appartenenti a Crazy Heart, film dal sapore altmaniano che aprì la carriera di Cooper dietro la macchina da presa. Facendo quasi totalmente affidamento sulla miracolosa espressività di Christian Bale e sul suo volto segnato dal tempo e dal dolore, Cooper costruisce un'odissea attraverso i confini di un'America, quella di fine '800, scissa dall'interno, spaccata nel più profondo del suo cuore, dove esistono muri inespugnabili fra popoli che abitano le sue terre e quelli che vi si impiantarono secoli prima. Lo sguardo del regista vorrebbe sin da subito, come dettato dal genere cui aderisce, focalizzarsi sull'insensatezza del sangue che viene sparso in ambito "familiare" e sui conflitti interni che separano uomini appartenenti a una stessa terra. Cooper raffigura i traumi di individui nati non tanto in mezzo ai tumulti della guerra ma cresciuti in quel "dopo" che ne viene condizionato; inevitabilmente segnati da ciò che ne rimane nel tempo a venire. Il capitano protagonista, pertanto, si ritrova impantanato in un odio razziale, nato sì a seguito di un trauma personale, ma che non sarebbe stato generato se non dal contesto socio-culturale da cui è scaturito.

Un'opera disinteressata a mostrare qualcosa di sincero, così strozzata dal desiderio di ricalcare orme già segnate, decenni fa, su quelle stesse distese di sabbia.

Lo stesso vale per la vedova interpretata da Rosamund Pike (qui non proprio al massimo della sua forma, va detto) che subisce una perdita di proporzioni gigantesche, causata non da una sorte avversa, bensì da una profonda spaccatura in gruppi sociali alimentata dal rancore sedimentato nell'arco di decenni di storia. Cooper si addossa la non leggera responsabilità di stabilire quali siano i pericolosi e irreversibili effetti di una cultura che incastra persone e legami in fazioni mentalità prestabilite. Isola i suoi personaggi nelle lande desolate e vastissime del Centro America e, passando dalle ambientazioni fordiane dei deserti del sud per finire sui monti floridi e boscosi del Nord, riesce a concentrarsi sulla possibilità di un cambiamento dall'interno, dal piccolo nucleo di una famiglia (quella di cui tutti i personaggi sono stati privati) riassemblata, riscoprendo il senso della condivisione e della comunicazione come passo imprescindibile per ricominciare. Pur essendo mirabili gli obiettivi e gli intenti (nonostante possano essere tacciati di un'eccessiva retorica), restano ben poco definiti i rapporti, i sentimenti, i mutamenti e i dolori di ogni singolo individuo.

Se la sofferenza di una donna che vede morire marito e figli in un attacco brutale non riesce mai a trapelare attraverso lo sguardo della Pike, nemmeno la repentina trasformazione del capitano razzista e accecato di Bale riesce davvero mai a convincere. Il debole impianto complessivo sembra più impegnato a ripercorrere gli stilemi del genere che a narrare una storia fatta di afflizioni e tormenti, grandi e piccoli. Non si afferra la vastità del male che affligge un militare deumanizzato e reso schiavo dell'autorità, assuefatto alla violenza. E ogni azione sembra guidata da uno sguardo superiore (quello di Cooper, qui anche co-sceneggiatore) che impedisce di scorgere le reali scintille dietro il difficile, quasi impossibile, cambiamento di una mentalità già formata. 
Hostiles - Ostili è, insomma, il frutto di chi è interessato a dimostrare il suo amore per il cinema western ma che non dona alcuna nuova linfa al genere che dichiara di ammirare. Un'opera disinteressata a mostrare qualcosa di sincero, così strozzata dal desiderio di ricalcare orme già segnate, decenni fa, su quelle stesse distese di sabbia. Restando, però, sempre sulla superficie.

di Federica Cremonini
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