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Recensione Silenzio in sala
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Nei primi anni Settanta, sull’onda della rivoluzione sessuale e dei costumi, si scontrano in un torneo di tennis la campionessa mondiale Billie Jean King e l’ancora energico ex campione mondiale maschile Bobby Riggs. Un grande clamore giornalistico accompagna l’evento, che viene infatti ribattezzato La battaglia dei sessi.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Questo "storico" episodio ci viene raccontato nel film diretto da Jonathan Dayton, dove gli autori Jonathan Dayton e Valerie Faris (gli stessi di Little Miss Sunshine) cercano di tratteggiare personaggi che, se non a tutto tondo, appaiano almeno non tanto piatti da sembrare semplici figurine. La King, dall’apparenza rocciosa e tetragona, si trova incerta sulla propria sessualità quando s’accorge che l’amicizia con Marilyn Barnett si sviluppa in un legame più profondo e inteso. Mentre Riggs, da par suo, cerca di emanciparsi dalla dipendenza dal gioco d’azzardo e dalle scommesse, che minano la relazione con la moglie Priscilla.

Nell’insieme La battaglia dei sessi si presenta come un discreto film sportivo, che alterna i campi lunghi durante le partite ai piani ravvicinati nei momenti più intimi; l’emozione e il coinvolgimento del pubblico sugli spalti durante la sfida, alle tensioni e alle frustrazioni manifestate dai personaggi quando si ritrovano in solitudine. Un riuscito, per quanto convezionale, bilanciamento fra il pubblico e il privato: il pubblico di una società la cui mentalità andava in quegli anni cambiando e le incertezze e le ambiguità che quei mutamenti portavano con sé nella vita privata degli individui, più o meno famosi. Come tutti i film consimili, anche questo mira a un finale dove si concentri l’attenzione del pubblico, quello seduto sulle gradinate, come quello in platea. Tuttavia non fanno bene al film, ambientato nel 1973, i continui ed espliciti rimandi all’attualità americana. D'altro canto l’atmosfera di allora è ricostruita in modo accademico, senza troppi sforzi, quasi bastassero un paio di basette e di occhiali dalla vistosa montatura dorata (come quelli indossati dalla protagonista) a conferire credibilità alla ricostruzione d’epoca.

Un discreto film sportivo, che alterna i campi lunghi durante le partite ai piani ravvicinati nei momenti più intimi; l’emozione e il coinvolgimento del pubblico sugli spalti durante la sfida, alle tensioni e alle frustrazioni manifestate dai personaggi quando si ritrovano in solitudine.

In tema di film sportivi, ci sentiamo di consigliare il ben più approfondito e complesso Personal best di Robert Towne (lo sceneggiatore di Chinatown di Roman Polanski, per intenderci), con Mariel Hemingway nel ruolo principale. Un film, quest’ultimo, privo di sensazionalismo e capace di mostrare la fatica di un atleta e quanto la vita privata sia intrecciata e condizionata dall’impegno quotidiano, qui nel campo della corsa. A differenza di quanto avviene ne La battaglia dei sessi, dove la coppia di interpreti si riduce spesso a macchietta, col solo scopo di strappare una risata o almeno di accattivarsi la simpatia del pubblico. Per non rovinare la sorpresa, non riveliamo il nome del vincitore: ammesso che lo spettatore non l’abbia già indovinato da sé.

di Edoardo Ribaldone
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