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Recensione Silenzio in sala
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Riccardo va all’Inferno è sicuramente la più originale trasposizione cinematografica dell’opera shakespeariana Riccardo III. Triste, cupo, disperato e folle, come vuole l’originale, l’ultimo lavoro di Roberta Torre stupisce per le soluzioni coreografiche ed è un fiore del male che ammalia lo spettatore col suo profumo decadente e mortifero.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 2/5

L’incipit è coinvolgente, col protagonista, Riccardo Mancini (Massimo Ranieri) che viene dimesso dall’ospedale psichiatrico giudiziario dopo un misterioso delitto e si avvia, claudicante per la sua deformità fisica, che presto si scoprirà essere anche morale, verso l’uscita, indossando un mantello nero che ne fa al contempo un eroe (per le ingiustizie subite) e un anti-eroe. Riccardo, figlio dimenticato e misconosciuto di una nota famiglia la cui ricchezza è di origine criminale, medita vendetta. Esattamente come nell’opera teatrale, non si fermerà davanti a nulla, mentendo, simulando e finendo con lo sterminare la sua intera famiglia, per assumere il potere e il controllo. Sonia Bergamasco è Regina, la matriarca, impassibile e gelida, come i suoi lineamenti stravolti dal pesantissimo trucco, che nasconde un oscuro segreto, rivelato solo nel finale.

Vittima e carnefice, Riccardo distrugge e si autodistrugge, feroce e al contempo tormentato dai rimorsi: un personaggio riuscito e infinitamente doloroso. Roberta Torre colloca la storia in un contesto del tutto surreale, dove i costumi fantasmagorici hanno meritato il David di Donatello 2018. Il nome della regista milanese è inscindibile dal suo capolavoro Tano da Morire, opera musicale coraggiosa ed eccentrica che mostrava il volto brutto e grottesco della mafia, che ha fatto scuola ed ispirato anche il pluripremiato Ammore e Malavita dei Manetti bros. Se il dramma di Shakespeare è lunghissimo, forse meritava una sforbiciata anche Riccardo va all’Inferno, che viene penalizzato da qualche ridondanza e, nonostante tutto, a volte sembra annaspare un po’ sulla strada dell’arrivo.

La regista applica nuovamente la regola di mostrare il Male attraverso il brutto e il grottesco, con desiderio di denuncia e tentativo di redenzione.

Insomma, qualcosa in questo musical del terrore, che ha per protagonista un serial killer sanguinario, non ha funzionato. Dal punto di vista cinematografico, lo spettatore non riesce ad essere catturato dalla visione fino in fondo, ma è ben reso il senso dell’opera originaria, perchè la storia di Riccardo è la “negazione della vita”.

La regista applica nuovamente la regola di mostrare il Male attraverso il brutto e il grottesco, con desiderio di denuncia e tentativo di redenzione: come il dolore è originario rispetto al piacere, come non è possibile alcun piacere se non come liberazione da un preesistente dolore, così il piacere della bellezza, nel quale l’individuo dimentica sé stesso e la volontà che lo tormenta, è possibile solo grazie al brutto, alla dissonanza.

di Emanuela Di Matteo
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