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Suspiria Recensione


Suspiria Recensione

Recensione Silenzio in sala
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A distanza di quarantun anni dall’uscita di Suspiria, capolavoro di Dario Argento, Luca Guadagnino tenta l’ardua impresa di realizzarne il remake, confrontandosi con uno dei film più rappresentativi della poetica del maestro dell’horror italiano.

Una giovane e promettente ballerina americana si trasferisce in Germania per studiare danza in una prestigiosa Accademia. Fin dal suo ingresso si verificano una serie di eventi misteriosi che la portano a scoprire la vera natura delle insegnanti e ciò che si nasconde dietro la Compagnia.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Gli elementi base del plot del film di Guadagnino ricalcano quelli del suo predecessore ma le differenze tra i due film sono numerose sia dal punto di vista narrativo che stilistico.

Nella pellicola di Dario Argento, Susan è una sofisticata e determinata newyorkese che, intuendo fin da subito un’allarmante verità celata dietro la facciata rispettabile della scuola di danza, riesce a dipanare la matassa di un oscuro mistero e a fuggire da un vero e proprio incubo ad occhi aperti. È un personaggio dalle certezze granitiche che induce facilmente lo spettatore all’identificazione, fino all’inevitabile catarsi finale. La Susy di Guadagnino (interpretata da Dakota Johnson) è, invece, una timida e introversa giovane donna cresciuta in una comunità hamish con una madre problematica e impositiva. Il regista scava nel passato della protagonista fornendo importanti indizi sulle cause di quella fragilità che la rendono facilmente manipolabile, e che la vedono soggiogata dal fascino di Madame Blanc (interpretata dall’algida e sempre efficace Tilda Swinton) con la quale costruisce un rapporto di totale fiducia. Allo stesso modo l’ambientazione dei due film è il risultato di scelte totalmente differenti. La Friburgo di Argento è uno spazio onirico in cui dominano il rosso, il giallo e il verde, un luogo che riflette e suggerisce una dimensione inconscia in cui perdersi e ritrovarsi. Il suono elettronico e martellante della musica dei Goblin sottolinea la tensione che attraversa il film dalla prima all’ultima inquadratura.

Guadagnino sembra voler dire troppo, dando così vita a un racconto bulimico in cui si mescolano numerose suggestioni mai sufficientemente approfondite: la colpa, la vergogna, la malattia, l’amore, il rapporto madre-figlia, l’autonomia e la forza eversiva delle donne.

La Berlino di Guadagnino è un luogo più che reale, un trionfo di tinte beige e grigie che dipingono una città divisa dal muro e dilaniata dai violenti scontri tra il gruppo terroristico R.A.F. e il governo tedesco. Ad accompagnare il racconto le note della suggestiva colonna sonora firmata da Thom Yorke, leader del gruppo britannico Radiohead.

L’approccio di Guadagnino rivela il tentativo di realizzare un film personale che prenda solo spunto dall’omonima pellicola del ‘77. Le soluzioni che il regista escogita per affermare la propria visione della storia e del cinema appaiono spesso come il frutto di un’idea coraggiosa ma confusa.

La narrazione trova a fatica un equilibrio tra i diversi rimandi storico-politici cui fa sporadicamente riferimento, le vicende di Susan e dell’Accademia; si perde tra personaggi apparentemente secondari come il Dr. Josef Klemperer e gli inserti onirici che appaiono qua e là a spezzare una trama altrimenti poco tesa. Guadagnino sembra voler dire troppo, dando così vita a un racconto bulimico in cui si mescolano numerose suggestioni mai sufficientemente approfondite: la colpa, la vergogna, la malattia, l’amore, il rapporto madre-figlia, l’autonomia e la forza eversiva delle donne. Ciò si traduce in scelte stilistiche poco a fuoco che alternano sequenze di chiara ispirazione fassbinderiana, ad altre (come quelle oniriche) che si rifanno agli stilemi di un certo cinema horror americano in voga negli ultimi decenni, fino ad arrivare al trionfo dello splatter che domina il lungo blocco narrativo che precede l’epilogo. Con la sequenza della morte di Olga, il regista di Chiamami col tuo nome ci ricorda per un attimo la sua indiscutibile capacità di creare immagini dal forte impatto visivo ed evocativo - qui la rappresentazione della danza è un potente strumento della forza stregonesca del clan. Peccato che ciò non sia sufficiente ad assolverlo dalle tante pecche di un progetto ambizioso ma poco coerente.

di Monica De simone
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