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Visions Recensione


Visions Recensione

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Jason Blum è considerato il Re Mida delle produzioni horror a basso budget. Con la sua casa di produzione, la Blumhouse – fondata in seguito all’acquisto dei diritti di distribuzione di Paranormal Activity, costato una cifra ridicola e fruttato solo in patria 108 milioni di dollari - è riuscito a produrre una serie di film dai costi molto contenuti (tra gli 1 e i 5 milioni di budget) seguendo una rigida etica produttiva e imprimendo su ogni sua pellicola un marchio distintivo ben riconoscibile.

Pochi attori, poche location (perlopiù interni), maestranze i cui nomi non spiccano nel firmamento hollywoodiano ma comunque talentuosi e preparati.

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Seguendo tale formula Blum è arrivato a sfornare una media di 2/3 pellicole all’anno, ognuna con incassi che si aggirano intorno ai 100 milioni. Forse vi suoneranno familiari le saghe di Sinister, La notte del giudizio, Insidious o film come The bay, Le streghe di Salem di Rob Zombie e persino quel capolavoro di Whiplash che fece vincere un Oscar a J.K. Simmons. Tutta farina del sacco di Jason Blum. Ma non sempre la formula, pur rispecchaindo perfettamente gli stilemi dettati dalla scuderia, riesce a funzionare a dovere o a convincere fino in fondo. Come nel caso di Visions.

Una coppia si trasferisce in una tenuta di campagna, abbandonando la loro comoda vita da cittadini per vivere di viticoltura. E mentre il marito è spesso assente per lavoro, la donna incinta (Isla Fisher) inizia a soffrire di terribili incubi a occhi aperti; apparizioni inquietanti che sembrano perseguitarla e di cui non riesce a capirne l’origine.

Visions è in effetti un film Blumhouse al 100%.

Visions non soddisfa pienamente le aspettative: [Jason Blum] ci ha abituati a ben altra fattura, molto più pregevole.

Pochi attori, provevienti perlopiù dalla televisione: da Jim Parsons di Big Bang Theory a Eva Longoria di Desperate Housewives. La maggior parte dell’azione si svolge all’interno delle mura domestiche, con una manciata di bubusettete a buon mercato per far saltare lo spettatore sulla sedia. Ma la mano dietro la macchina da presa (Kevin Greutert, regista di Saw VI e Saw 3D - Il capitolo finale) non è abbastanza solida per costruire la tensione come si deve: e così ciò che di solito è il punto di forza di questo tipo di film, qui ne diventa il limite più grande. La storia procede accompagnata da un senso di dejà vu in cui nessun elemento appare realmente interessante e originale; in particolar modo le scene di tensione (quelle delle “visioni” della protagonista, che danno il titolo al film) risultano piatte e fini a se stesse, concludendosi sempre con un’apparizione improvvisa accompagnata dall’aumento brusco del volume per strappare un facile spavento.

Le scene si incasellano lineari sino al terzo atto del film, quando finalmente il colpo di scena viene svelato - perché una pellicola come Visions necessita di un colpo di scena - riuscendo persino a redimere parzialmente la prima ora di visione senza far rimpiangere allo spettatore di averla sprecata.

Ora, se ancora non avete visto il film vi consiglio di non proseguite nella lettura se non volete incappare in qualche SPOILER.

Perché il fatto che le visioni non siano provenienti da un altro mondo, ma si rivelino come autentiche premonizioni di un momento preciso della vita della protagonista, è una trovata per nulla banale, anzi. Il problema è che questo colpo di scena è terribilmente simile a quello mostrato dal nostro Lucio Fulci già nel 1977 nel film 7 note in nero, nel quale una donna veniva perseguitata dalla visione dell'omicidio di una persona murata viva, salvo poi capire che tale destino era il suo. Che gli autori conoscessero questo film o meno non è dato saperlo. Fatto sta che Visions non soddisfa pienamente le aspettative e Jason Blum ci ha abituati a ben altra fattura, molto più pregevole.

di Marco Filipazzi
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