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Cure a domicilio Recensione


Cure a domicilio Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Siamo in Moravia, parte rurale della Cecoslovacchia, dove i paesaggi invernali hanno colori grigi e alzare un po’ il gomito aiuta la gente a sconfiggere il freddo che morde. Qui le tradizioni popolari resistono ancora: come un’anziana signora che spalma grasso di cane (…e anche qualcosa di peggio) sulla gamba ulcerata; o come due genitori che alla nascita della loro figlia femmina seppelliscono sotto terra una bottiglia di distillato di prugne – slivovitz - che apriranno il giorno delle sue nozze.

Vlada (Alena Mihulová), infermiera di mezza età, corre da una parte all’altra per portare le sue cure a domicilio.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3.0/5

Lo fa con dedizione totale, arrivando a trasformarle in qualcosa di parentale e amorevole, giungendo anche a supplire laddove il sistema sanitario non arriva, a fare ciò che nessuno farebbe. Vlada è una donna straordinaria, ma non sa di esserlo. La consapevolezza di se stessa, di quel che è e di ciò che le manca, arriverà nel modo più tragico e inaspettato: un incidente stradale e un’amara scoperta, che avverrà la notte in cui il coniuge, sentimentalmente inibito, risponde picche alla sua richiesta di un passaggio, nonostante la moglie abbia perso l’ultimo autobus e stia calando la sera.

Questa opera del regista Slávek Horák, per la prima volta alle prese con un lungometraggio, ma già autore di corti selezionati al Festival di Cannes e regista pubblicitario pluripremiato, affronta il tema delle cure mediche alternative a quelle tradizionali, restando in equilibrio fra il possibile e l’inevitabile. Non prende posizioni, non dà risposte, ma ha il merito di far nascere interrogativi e di porre in primo piano l’umanità del paziente, intesa sia come comprensione/compassione che dignitoso diritto alla ricerca della felicità.

Un dramma, alleggerito da un'ironia disincantata che lo rende un po' commedia, pur essendo la malattia e la morte i temi centrali. D’altra parte, nel 2013, Uberto Pasolini con Still Life era riuscito a raccontare l’epopea di John May, impiegato comunale che si occupa delle esequie dei più poveri e derelitti - anche lui, come Vlada, fa quel che nessun altro farebbe - creando un piccolo gioiello, una storia di buoni sentimenti del tutto priva di autocompiacimento e buonismo. Si tratta di personaggi schiacciati dalla vita e mediocri che perseguono il bene altrui come spinti da un senso dell'inevitabile e del giusto, proprio come se fosse la cosa più normale da fare.

In un contesto così realistico e greve di corpi piagati, di vecchi, di malati, di mestizie coniugali, la sequenza onirica della protagonista - che assume il ruolo sacrificale di un cerbiatto ferito - giunge lieve come una carezza inaspettata e provoca un tuffo al cuore. Ricorda i film dello scomparso Carlo Mazzacurati (Vesna Va Veloce, Il Toro), dove il magico e il surreale irrompono all’improvviso con la promessa di una speranza, anche dove c’è ben poco da sperare.

Un dramma, alleggerito da un'ironia disincantata che lo rende un po' commedia, pur essendo la malattia e la morte i temi centrali.

Cure a Domicilio, come già Still Life, ci ricorda che la bontà, a questo mondo, non paga e non viene premiata. Ma non per questo non lascia un segno profondo e indelebile.

di Emanuela Di Matteo
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