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Seven Sisters Recensione


Seven Sisters Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La sensazione, guardando Seven Sisters, è che si tratti di un film che accumuli fin dall’inizio una enorme mole di promesse. E visto l'idea sui cui si regge l'intera trama - un'attrice protagonista che interpreta diverse versioni di se stessa - è difficile non fare confronti con la serie tv, recentemente conclusa, Orphan Black.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Se si è fortemente interessati a ogni nuovo prodotto del filone distopico della fantascienza, al di là della sua esecuzione, l’idea e l’ambientazione stessa di Seven Sisters non possono che attrarre: una società orwelliana spostata nell'anno 2073.

A causa della sovrappopolazione, in America è stata adottata una politica nazionale che consente di poter avere un solo figlio o figlia. Per trent'anni chiunque abbia trasgredito a tale regola si è visto portare via il bambino, il quale è stato messo in crio-sonno fino al momento in cui la popolazione nazionale fosse di nuovo posta sotto controllo. Questo, almeno secondo la verità “ufficiale” del Governo. Ma in un piccolo ospedale segreto, Terrence Settman (Willem Dafoe) ha appena perso sua figlia mentre stava partorendo. Una nascita che ha generato ben sette nipotine. Rifiutandosi di soccombere alla legge, Settman decide di allevare le sette sorelline in segreto, battezzando ognuna di esse con il nome di un giorno della settimana e creando un piano per le loro vite: nei panni di una singola persona di nome Karen Settman (Noomi Rapace) a ogni sorella è permesso di uscire di casa per andare al lavoro solo nello stesso giorno da cui il proprio nome.

Il film del regista norvegese Tommy Wirkola possiede un'idea unica e accattivante, ma sceglie di esplorarla attraverso la lente dell'azione "esteriorizzata" piuttosto che di un dramma introspettivo.

Questo metodo di vita prosegue per decenni, fino a quando nel 2073 una di loro non fa ritorno a casa: le restanti sei sorelle dovranno indagare per scoprire cosa è successo a Monday.

What Happened to Monday è infatti il titolo originale del film: un racconto estremamente complesso - che richiede almeno 30 minuti per spiegare il retroscena, i personaggi, i loro obiettivi e le battaglie - e che porta a domandarsi se una serie non sarebbe forse stata una scelta migliore rispetto al film. Tuttavia, una volta conquistato dall’ambientazione del film, si fa strada nello spettatore una certa fascinazione. E mentre scopriamo le vere identità e personalità delle sette sorelle che fingono di essere una sola, è chiaro lo sforzo profuso per cercare di rendere in qualche modo distintivo ogni personaggio. Eppure il risultato finale non riesce a discostarsi troppo dai clichè di base: c'è la sorella “maschiaccio”, quella sexy, la nerd, l'atleta: le Spice Girls nell'anno 2073.

Noomi Rapace compie uno sforzo visibilmente enorme per assicurarsi che ognuno dei suoi personaggi si comporti nel cliché assegnato.

Ed ecco allora che la timida sorella casalinga si aggira preoccupata per le stanze del grande appartamento, mentre la sorella atletica non si sottrae alla lotta fisica e non ha paura di sporcarsi le mani. Il talento della Rapace, messo a dura prova, fa rimpiangere una maggiore complessità dei personaggi. Anche William Defoe, il nonno delle sette gemelline, e Glenn Close nei panni della malvagia Nicolette Cayman appaiono in difficoltà: se il primo ha troppo poco spazio, la Close fa del suo meglio con un ruolo piuttosto stilizzato, per lei oramai abituale. Apportando comunque una sorta di dualità alla sua prova, ricorda molto la mistica mamma di Futurama: una dolce figura materna in pubblico, una pazza fanatica e aggressiva in privato.

Seven Sisters non si sottrae neanche alla trappola in cui a volte cade la fantascienza più ambiziosa: non rispetta le regole che originariamente aveva per sé stabilito. Se siamo in uno stato totalitario e repressivo, perché ci sono ancora “libere” elezioni? In un mondo basato sull'identificazione delle impronte digitali e dell'iride, come hanno potuto le sette gemelle fingersi la stessa persona per così tanti anni? Ingenuità come queste sono mascherate dietro a estese sequenze d'azione, che sembrano inserite come "farcitura” solo per attirare il pubblico giovane o più distratto.

Il film del regista norvegese Tommy Wirkola possiede un'idea unica e accattivante, ma sceglie di esplorarla attraverso la lente dell'azione "esteriorizzata" piuttosto che di un dramma introspettivo. Ed è difficile ignorare la fastidiosa sensazione che Seven Sisters sia stato concepito semplicemente intorno a un'unica idea: quella fare interpretare a una (brava) attrice sette diversi personaggi. Se si è alla ricerca di un film con una premessa affascinante, ma certo non in grado di fare pensare troppo in termini di apologo sociale e metaforico, quello di Tommy Wirkola è in fondo una buona prova della maturità. Ma i palati fantascientifici più raffinati dotrebbero rivolgere le loro attenzioni altrove.

di Enrico Bulleri
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