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L'insulto Recensione


L'insulto Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Premiato a Venezia 2017 con la Coppa Volpi a Kamel El Basha – per quanto forse sarebbe stato opportuno assegnarla ex aequo anche ad Adel KaramL’insulto è l’ultima opera del regista libanese Ziad Doueiri, candidato alla nomination come miglior film straniero agli Oscar 2018. Tanto il premio quanto la nomination sono meritati, per un film che riesce a essere piena espressione dello stato delle cose in una nazione complessa come il Libano, dove la convivenza fra persone di origine, cultura e religione diverse ha portato sofferenza e tensioni anche all’indomani di una guerra civile ufficialmente terminata negli anni ’90.

Siamo a Beirut.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3.0/5

Toni (Adel Karam) è un meccanico che vive con la moglie Shirine (Rita Hayek), in dolce attesa, in un quartiere a maggioranza cristiana. Lo stesso Toni è un militante della destra cristiana e crede profondamente nei dettami del suo partito. Nella strada in cui vive sono in corso dei lavori, gestiti dal meticoloso capomastro palestinese Yasser Abdallah Salameh (Kamel El Basha). Dopo essere stato innaffiato dalla grondaia di Toni, palesemente non a norma, il capomastro si propone di ripararla in accordo con le leggi, ma riceve dal meccanico un trattamento di inaspettata scortesia, che lo induce a insultarlo. Questo precedente innesca una sequela di inaspettate conseguenze, che fa degenerare le cose al punto da portare a un processo di rilevanza nazionale.

Costruito come un vero e proprio legal thriller, avvincente e capace di tenere lo spettatore con il fiato sospeso, L’insulto è in realtà molto di più: nelle figure dei due protagonisti si rispecchiano gli odi, i pregiudizi, le acredini che covano nella società civile libanese di oggi, frutto delle tragedie vissute da tutte le parti in causa durante una guerra civile generata principalmente dalle difficoltà d’integrazione di 300.000 profughi palestinesi fuggiti dalla guerra con Israele e cacciati dalla Giordania.

Con l’avanzare del processo, condotto da due avvocati che hanno ulteriori e personali motivi di contrasto fra di loro, appare evidente che le ragioni che hanno condotto Toni e Yasser in tribunale vanno molto al di là di un semplice screzio. L’insulto riesce nel non facile compito di rendere pienamente intellegibile come non esista distinzione reale fra le vittime di un conflitto che non ha mai visto vincitori. Evita tuttavia di cadere nelle trappole di una retorica troppo buonista: la vittima è essa stessa carnefice, ma le apparenze possono mascherarlo, lo scontro alimenta lo scontro, in una spirale che trascende gli interessi personali e non consente giustizia.

L’insulto riesce nel non facile compito di rendere pienamente intellegibile come non esista distinzione reale fra le vittime di un conflitto che non ha mai visto vincitori.

Quando i due uomini se ne rendono finalmente conto sembra troppo tardi per fermare un meccanismo che ha alimentato l’incomprensione, ben oltre i loro personali contrasti. La soluzione, però, esiste: e se a livello generale è affidata alla legge e alla moderazione di un giudice e delle parti in causa, fra i due è raggiunta in un dialogo mediato dalle ricostruzioni degli avvocati e da piccoli gesti che danno la misura della propria sostanziale uguaglianza e umanità. Un confronto apparentemente insanabile trova possibilità di risolversi solo quando, guardando l’altro, vi si riconosce una parte di sè. L’effetto è spiazzante, ma liberatorio, e permette finalmente di sperare in un futuro libero dagli spettri di un tragico passato.

di Roberto Semprebene
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