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Recensione Silenzio in sala
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La morte di un artista non è come la morte di un uomo qualunque. Se le due parti, uomo e artista, corrono su binari diversi, si può affermare che esse abbiano tempi diversi.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Se è vero che spesso l’artista sopravvive all’uomo, d’altra parte alcuni di loro vengono “uccisi” prima del tempo, prima ancora della loro morte: di questi, dei “dimenticati” senza un perché, fa sicuramente parte Marco Ferreri. In occasione del ventennale dalla scomparsa dell’artista, Pierfrancesco Campanella si occupa, con il suo I Love... Marco Ferreri, di indagare proprio questo “perché”: il regista-sceneggiatore segue le mosse di un poliziotto privato, senza faccia e senza nome, che si aggira per la città in cerca di testimonianze, indizi, prove che possano condurlo sulla giusta pista. Trovare il colpevole dell’omicidio di Marco Ferreri, però, si rivela più complicato di quanto si possa pensare, perché significa addentrarsi nelle pieghe di una società che lo scomparso regista ha sempre deriso e marchiato con la satira del suo cinema, sempre accomodando i gusti di un certo pubblico - quello medio in cerca del divertimento pure in sala - ma mai tradendo i sentimenti che infervorano la sua arte.

Il docufilm di Pierfrancesco Campanella dispensa immagini e scene tratte dai film di Ferreri, avendo cura di scegliere non solo quelli maggiormente apprezzati (spesso per ragioni di circostanza) ma anche quelli incompresi, sbranati dalla critica, caduti e seppelliti nell’oblio. E anche quelli semplicemente meno riusciti, se li si osserva dal punto di vista più analitico possibile, tenendo conto della complessità della filmografia dell’autore e dei suoi processi di modificazione, di crescita e di arricchimento nel corso degli anni. Una filmografia che copre quasi quarant’anni, peraltro: dai primi lavori in bianco e nero, fra cui l’irrisorio El Cochecito – acerbo, ma già inglobante una visione negativa del mondo maschile, che la società plasma su criteri competitivi – e i non-nominati Una Storia Moderna, La Donna Scimmia e Marcia nuziale. Il documentario prosegue trattando la scoperta del colore da parte del regista, che portò alla realizzazione di Dillinger è morto (1969), opera investita di colori fiammeggianti e di location pop-art, fra cui la casa del pittore Mario Schifano.

Alla fine, ciò che di bello rimane di questo esperimento non sono che le immagini del cinema di Ferreri.

Ci si sofferma su Il seme dell’uomo, realizzato sul finire degli anni ’60 (1969), che anticipa tutti i temi portanti di un certo cinema distopico, apocalittico e antropologico degli anni ’70, nonché le questioni più rilevanti sollevate dal cinema di Ferreri da qui in poi: i ruoli della donna e dell’uomo nella società e il loro rapporto; la paternità e la maternità; il confronto fra una donna che rifiuta la procreazione e la donna che, in opposizione, rappresenta la natura e si offre all’uomo.

La visione di Marco Ferreri, che ricerca (e trova) le ragioni della malvagità dell’uomo nelle sue radici socio-culturali e non in quelle antropologiche, è lucida e spietata: la madre soccombe alla donna che rifiuta la sua prole e che divora (letteralmente) la vita. Non perché, come spesso insinuato, Ferreri fosse un misogino (un artista che affida alla figura femminile le sorti del mondo è tutto il contrario), bensì perché i risvolti de Il seme dell’uomo simboleggiano in maniera definitiva e irreprensibile lo spirito tramortito di una natura deceduta sotto il peso della cultura e il futuro di una società ormai totalmente votata all’autodistruzione. Ne è emblema anche il meno riuscito Chiedo Asilo (1979): il bambino perde il suo contatto diretto con la natura quando comincia a emettere le prime parole.

Si parla, inoltre, di Ciao Maschio (1978), opera dalle sfumature oniriche e dalle immagini visionarie che la sua New York post-apocalittica può regalare, con cui Marco Ferreri raschia via le certezze dell’uomo moderno mostrandone le contraddizioni, mai lasciando libero spazio al suo ego (di cui, nel suo cinema, non si rivelano tracce) e sempre con una sincerità, a tratti quasi infantile, che discioglie la sua critica nel divertissement. Come un vero estimatore farebbe, Pierfrancesco Campanella non abbandona Ferreri come il pubblico fece dal dopo-La Grande Abbuffata: anzi, è proprio questo il momento in cui, nel docufilm, subentra una figura enigmatica che, a controbilanciare le lodi all’autore e regista portate dalle parole dei critici intervistati, non risparmia dure critiche al suo cinema, definendolo irrimediabilmente datato. Senza imporre la propria visione sull’artista, pertanto, I Love... Marco Ferreri non fa che lasciar parlare chi il cinema di Ferreri lo ama e lo ha sempre amato, ma anche chi lo ha vissuto (l’attrice Piera degli Esposti è una delle intervistate). Alla fine, però, ciò che di bello rimane di questo esperimento non sono che le immagini del cinema di Ferreri, esposte come in una mostra d’arte, ma forse commentate e analizzate (da chi ne parla) troppo, per essere così eloquenti e autosufficienti.

di Federica Cremonini
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