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Recensione Silenzio in sala
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Sua figlia Angela è stata assassinata, sette mesi prima, ma la polizia non prende con serietà il caso, così Milded Hays compie un gesto audace: dando fondo ai propri risparmi, fa appendere alle porte della cittadina tre manifesti diretti allo sceriffo Willoghby. Il messaggio è chiaro: Milded Hays chiede "giustizia".

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 4/5

La piccola località di Ebbing sarà spezzata dalla forza irriverente dei manifesti, risvegliandola dal lungo sonno e riaprendo una ferita mal cicatrizzata nel corpo della piccola comunità. Il caso verrà riesaminato, le carte rimescolate, ma il sentiero verso la verità non sarà certo una passeggiata.

Dopo le atmosfere stranianti di In Bruges - La coscienza dell'assassino e l'umorismo caustico di 7 psicopatici, Martin McDonagh confeziona un terzo lungometraggio di forte matrice coeniana, degno dei due Golden Globe ricevuti (miglior film drammatico e miglior sceneggiatura) e anche di qualcosa in più. Non è un caso che McDonagh abbia sempre alimentato la fiamma della sua passione per la drammaturgia, scrivendo due trilogie e tre opere teatrali in vent'anni: il suo Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una sinfonia di dialoghi taglienti lanciati con disinvoltura e carisma, mescolando umorismo e ferocia fino al punto da non riuscire a distinguere l'uno dall'altro.

La vicenda si consuma nell'America profonda e violenta del Midwest, a due passi dal Texas del culto delle armi e dalla Virginia dello schiavismo, dove l'eco razzista della frontiera sembra essere qualcosa in più di un semplice ricordo. Madre divorziata con un figlio a carico, e l'altro due metri sotto terra, Mildred è interpretata da una Frances McDormand tanto truce quanto umana, con in testa una bandana in stile Robert De Niro ne Il cacciatore, capace di vivificare il suo personaggio nello strazio delle sue smorfie di malcelato dolore. Vince un Golden Globe come migliore attrice protagonista e rimane in corsa per l'Oscar. Un faro di moralità nel desolante buio della cittadina del Missouri, da cui però emergono pian piano altre figure: sbirri scansafatiche, ambigui pubblicitari, impensabili ammiratori e una comunità bloccata nel lento scorrere della sua quotidianità.

A far breccia nella durezza del racconto c'è lo sceriffo Willoughby, interpretato da Woody Harrelson, il cuore morbido della cittadina: sputa sangue, sorrisi e lacrime, finendo per rimescolare equilibri che sembravano cristallizzati.

Il grande talento di Martin McDonagh è quello di riuscire a plasmare un racconto epico a partire dal pantano sociale di una semplice cittadina del Midwest, innescando una donna qualsiasi fino a renderla l'icona di una rivolta.

A cambiare tutto sarà proprio la sua tenera lettera a Dixon: Sam Rockwell, anch'egli vincitore di un Golden Globe, è capace di somatizzare un cambiamento radicale e straordinario, riversando rabbia e umorismo in un personaggio che non esce mai fuori dai binari del verosimile. Il grande talento di Martin McDonagh in Tre manifesti a Ebbing, Missouri è quello di riuscire a plasmare un racconto epico a partire dal pantano sociale di una semplice cittadina del Midwest, innescando una donna qualsiasi fino a renderla l'icona di una rivolta, scrivendo una sceneggiatura ricca di suggestioni e colpi di scena che mescola colpe e virtù in un unico calderone: non ci sono buoni né cattivi, ma parabole umane che si intrecciano fino a diventare parte di un'unica, dolente storia.

Sotto il sole cocente del Missouri, tra le desolate lande di polvere un tempo attraversate da carovane di coloni e ora ricoperte da un delicato strato di vegetazione, i tre manifesti si stagliano come tre ingestibili titani, assordanti nella loro immobilità, immuni al tempo e alle fiamme, dissipano il torpore che avvolge Ebbing come una nebbia e stracciano le pose dei suoi abitanti, persino le più violente. Presentato in concorso al Festival di Venezia 2017, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una ballata sofferta e grottesca sul tema della giustizia, dove l'umorismo s'infrange contro la dura pietra del pregiudizio e il maschilismo si trasforma in sopraffazione. Pur senza condanne, la penna di Martin McDonagh ci mostra debolezze e contraddizioni occultate all'ombra dell'arroganza dei suoi personaggi.

E se negli occhi di Frances McDormand scintillano fiamme di strazio e furore, dietro il corpo di Sam Rockwell si cela il volto di un'America sofferente, dietro la cui violenza si nasconde una terribile insicurezza, l'inconfessabile paura di non essere amati.

di Riccardo Bassetti
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