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Recensione Silenzio in sala
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A Midnight Factory va l’encomiabile pregio di portare sul nostro mercato piccoli cult che altrimenti non approderebbero mai a una distribuzione ufficiale: gioielli antologici come il dittico di ABCs of the death o la trilogia di V/H/S; perle indie del calibro di It follows, Starry Eyes e Deathgasm, ma anche lussuose riedizioni di cult del passato come Il ritorno dei morti viventi e L’armata delle tenebre. Oltre a questi però MF seguita anche a importare pellicole come The Midnight Man, Jukai - La foresta dei suicidi , Bedevil - Non installarla, Visions, The Bye Bye Man: prodotti di cui, onestamente, non si sentiva la necessità.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5

Pellicole che alla base, magari, hanno un concept potente, ma che vengono affidate a registi e sceneggiatori (in alcuni casi anche attori, ma non sempre) alle prime armi, che finiscono con l’appiattire il tutto, facendo sprofondare i canonici 90 minuti in un abisso di desolazione, monotonia e soprattutto noia letale.

Ci sono gioielli nascosti là fuori, horror prodotti dalle nazionalità più disparate, che meriterebbero un po’ di visibilità anche nel nostro paese. Magari al posto di tanti bubusettete buoni solo a far saltare sulla sedia una ragazzina adolescente al suo primo horror. Prendiamo ad esempio Slumber - Il demone del sonno: è la storia di Alice, specialista di disturbi del sonno, che durante l’infanzia ha assistito al suicidio del fratello più piccolo. Quando nel suo studio si presenta un’intera famiglia, la dottoressa dovrà progressivamente abbandonare i suoi fermi fondamenti scientifici per abbracciare un’idea più antica e mitologica.

Trama semplice e snella che, nonostante quel sottotitolo italiano, richiama subito alla mente il buon Freddy Krueger. Il concept alla base è quantomeno originale: usare una patologia che affonda le proprie origini nel mito. La “paralisi del sonno” è un fenomeno reale che porta chi ne soffre a vivere i propri incubi; mentre si dorme ci si ritrova d’un tratto svegli e coscienti, ma bloccati e con la sensazione di una minacciosa presenza incombente. Su questo presupposto viene costruita un’intera mitologia.

Un paio di sequenze vagamente angoscianti non riescono a risollevare l’intera pellicola e alla fine Slumber - Il demone del sonno appare come l’ennesimo tentativo appannato di imitare le atmosfere di James Wan.

Anzi, “costruita” per modo di dire dato che (come ci viene mostrato) tutto quello che viene messo in scena è pescato a piene mani da secoli di folklore, leggende popolari e visivamente ispirato al quadro Incubo del pittore svizzero Johann Füssli. Non che questo sia un male: anzi, è forse la parte più interessante del film e, ovviamente, viene relegata a qualche battuta di dialogo, ricerchine su wikipedia e l’interpretazione dell’eclettico Sylvester McCoy che cerca di tenere in piedi la baracca (e per almeno 15 minuti ci riesce).

Il resto del film è di una piattezza clamorosa, come se Il demone del sonno volesse insidiare lo spettatore facendolo addormentare. Dove tutto dovrebbe essere giocato sulla tensione delle scene notturne e sulle suggestioni (un po’ come avveniva nel primo Paranormal Activity), il regista Jonathan Hopkins (qui al debutto alla regia di un lungometraggio) non riesce a imbastirle a dovere. Il risultato è privo di mordente.

Un paio di sequenze vagamente angoscianti non riescono a risollevare l’intera pellicola e alla fine Slumber - Il demone del sonno appare come l’ennesimo tentativo appannato di imitare le atmosfere di James Wan.

di Marco Filipazzi
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