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L'ora più buia Recensione


L'ora più buia Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Ultima fatica dell’inglesissimo Joe Wright, già visto all’opera negli adattamenti di alcuni grandi classici della letteratura (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina), L’ora più buia esce nelle sale quasi in concomitanza con Dunkirk, con il quale condivide l’ambientazione storica… e poco altro. Il film prende il via nel 1938, con la delicata fase che segna la fine della politica di appeasement del primo ministro conservatore Neville Chamberlain nei confronti della Germania nazista e la difficile fase di transizione che si concluderà con la nomina di Winston Churchill, figura tra le più rilevanti e controverse del XX° secolo, fautore di una politica all’insegna dell’intransigenza più assoluta e della coesione nazionale.

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Il film punta i riflettori sullo scontro politico all’interno del partito conservatore e sulle difficili scelte che l’Inghilterra di quegli anni sarà chiamata a compiere per la sua sopravvivenza tra la battaglia di Dunkerque e l’operazione Leone Marino, come era stato definito dal Furher il piano di invasione dell’Inghilterra.

L’ora più buia poggia quasi del tutto sull’interpretazione del protagonista: la prova recitativa di Gary Oldman, premiata con l’Oscar, è effettivamente notevole; come lo è il lavoro dei truccatori (in particolare Kazuhiro Tsuji, anch’esso vincitore di una Statuetta). Il suo Churchill risulta da subito assolutamente irresistibile, forse troppo. Emerge infatti nel film la tendenza a presentare il personaggio attraverso l’immagine radicata nell’immaginario collettivo contemporaneo, rivestendolo insomma di quell’aura di romanticismo posticcio già vista in numerosi film analoghi (un paio di esempi: La teoria del tutto e The Imitation Game). La tendenza, insomma, è a strizzare l’occhio al pubblico e al gusto attuale, presentando in pochi e semplici tratti la figura di Churchill - brontolone, risoluto, ironico, talvolta scorbutico - e alimentando il mito del Churchill vicino al popolo (abbastanza surreale la scena della metropolitana).

Rileggere il passato con gli occhi e le sensibilità di oggi finisce col semplificare e snaturare un’opera che risulta comunque godibile: di lati positivi il film ne ha, soprattutto perché fornisce una bella rappresentazione del sistema parlamentare inglese e delle dinamiche interne alla scena politica del periodo. Tuttavia resta la sensazione di un prodotto più adatto alla tv di consumo che al cinema, estremamente semplificato e privo del coraggio necessario.

La prova recitativa di Gary Oldman, premiata con l’Oscar, è effettivamente notevole.

di Francesco Gregorio
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Commenti

Loredana Flacco | 22:38 17/09/18

Sono d'accordo in parte con la recensione di Francesco Gregorio; a mio parere il film è una rilettura originale e solida di un personaggio controverso, appiattito dalla retorica da manuale di storia che lo ha cristallizzato nella figura di statista geniale ed impavido, senza però conferirgli spessore umano. In questo film invece il personaggio Churchill è tratteggiato con un taglio favolistico (e non da "romanticismo posticcio") che volutamente ne accentua i lati più eccentrici, un uomo illustre, ma inviso ai più per la sua scontrosità e imprevedibilità, che trova da solo la forza di contrapporsi al Male grazie all'amore e all'appoggio del suo popolo. La scena della metropolitana, citata nell'articolo, è dilatata all'inverosimile, arrivando a stabilire così il punto simbolico di svolta nella psicologia del personaggio e nell'intera narrazione.

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