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Recensione Silenzio in sala
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Due anni dopo l’esordio con Bone Tomahawk torna S. Craig Zahler, questa volta alle prese con un film carcerario.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Presentato alla 74ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, verrà dichiarato il film più violento tra quelli proiettati. La storia è quella dell’ex pugile Bradley Thomas (Vince Vaughn), un energumeno con una croce tatuata dietro la nuca, che in piena crisi economico-familiare decide di diventare un corriere della droga. Le cose si mettono male quando si trova coinvolto in una sparatoria tra poliziotti e malviventi e viene condannato a sette anni di prigione. Qui sarà costretto a combattere per resistere alla vendetta del boss convinto di essere stato tradito.

Il film di S. Craig Zahler si distanzia, ma allo stesso tempo attinge a piene mani, dai classici prison movie. C’è un po’ di tutto, da Hunger a Il conte di Montecristo; allo stesso tempo riesce a mostrare con estrema crudezza la prigione, che cessa di essere una location per diventare protagonista. Di pari passo con l’evoluzione del personaggio, anche il carcere sembra evolversi passando da luogo di media sicurezza alla prigione nella prigione rappresentata dal blocco 99.

Un film coraggioso, a tratti estremo, che difficilmente verrà apprezzato dal grande pubblico, ma che inevitabilmente segna una piccola svolta nel cinema di genere.

E così il personaggio segue un filo logico assai preciso, passando da uomo silenzioso che si appresta a passare sette anni in reclusione fino ad arrivare a una escalation di ultraviolenza per difendere la propria famiglia. Vince Vaughn, dopo l’apprezzata performance nella seconda stagione di True Detective, sveste ancora una volta i panni del comico mainstream per vestire quelli ruvidi, e scomodi, di un disperato che dietro la facciata di uomo mite, silenzioso e con senso della morale nasconde una parte animale violenta e sadica.

In fondo il personaggio viene delineato meravigliosamente sin dall’inizio: scoperto l’adulterio della moglie, sfoga tutta la rabbia distruggendo a mani nude l’auto; dopodiché rientra in casa, si siede sul divano e conversa civilmente per cercare di salvare il proprio matrimonio. In questa sequenza di due minuti si racchiude tutto il personaggio e S. Craig Zahler è incredibilmente bravo a rendere la psicologia del personaggio sempre credibile, anche quando l’ultraviolenza prende il sopravvento.

Non c’è il narcisismo del personaggio di Bronson nè la redenzione di American History X, nè il tema della sopravvivenza di Animal Factory o tantomento la riflessione sulle carceri americane de Il miglio verde: c’è solo la violenza come unico mezzo per adempire al proprio ruolo di marito e padre.

La cosa sorprendente di Brawl in cell block 99 è la capacità del suo regista di imprimere con forza la propria visione di cinema, già accennata nel precedente zombie-western Bone Tomahawk, radicalizzando il senso morale del protagonista e trovando nella violenza l’unica via d’uscita. È il cinema autoriale di S. Craig Zahler a rendere questo film unico nel suo genere. Non manca l’elemento orrifico, qui rappresentato dall’abortista pronto a tagliare gli arti del feto ancora in grembo, che contribuisce a incupire maggiormente l’atmosfera. Non ci sono personaggi buoni, non c’è una ricerca estetica che punta all’inverosimile ma piuttosto crudo realismo, sottolineato dalla scelta di non raccontare del passato del protagonista, rischiando di cadere in clichè di vario tipo, e lasciando lo spettatore basito a ogni pugno tirato, a ogni osso rotto e a ogni cranio fracassato. Brawl in cell block 99 è un film coraggioso, a tratti estremo, che difficilmente verrà apprezzato dal grande pubblico, ma che inevitabilmente segna una piccola svolta nel cinema di genere.

di Alfredo De Vincenzo
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