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Ready Player One Recensione


Ready Player One Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Videorecensione

Ready Player One è un libro cult, un vero manifesto della cultura nerd anni ’80, il prodotto della passione di Ernest Cline per i videogiochi, i film, la musica e i fumetti della sua adolescenza. Quel libro è stato ripreso da Steven Spielberg, regista che forse più di tutti ha fatto propria la capacità di trasmettere su grande schermo le passioni e l’entusiasmo dell’adolescenza: il risultato è un film che riesce a essere più grande del libro da cui è tratto; un'opera cinematografica che completa quel processo di sedimentazione che ha reso la cultura nerd anni ’80 un tratto distintivo del pop del secondo decennio degli anni 2000.

In un 2045 non troppo inverosimile, il mondo reale è in larga parte diventato una gigantesca bidonville e la popolazione trova distrazione e riscatto nella virtualità di un gioco, Oasis: si tratta di un portale di mondi, dove tutto è possibile e si può scegliere chi essere e come rapportarsi agli altri e al contesto.

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Voto Silenzio in Sala: 5.0/5
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A cavallo fra reale e virtuale si muove anche Wade Watts (Tye Sheridan) un ragazzo qualunque che, proprio come nelle intenzioni di suo padre, dietro un nome da alter-ego di supereroe cela una futura rockstar di Oasis, Parzival. Parzival è l’identità di Wade in Oasis, il suo avatar, destinato a diventare il primo a completare una delle 3 sfide che il creatore di Oasis, James Halliday (Mark Rylance), ha nascosto all’interno del gioco come Easter Egg, dando a tutti i giocatori la possibilità di diventare proprietari del gioco stesso. Questa possibilità ha scatenato l’avidità di Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), capo della IOI (Innovative Online Industries), che ha reclutato un esercito di giocatori, i Sixers (nome dovuto al fatto di essere identificati solo da una matricola di 6 numeri) per affrontare la sfida e impadronirsi, letteralmente, del mondo.

Se nel mondo reale Wade ha solo la zia Alice, in Oasis Parzival ha un grande – in tutti i sensi - amico in Aech (Lena Waithe), il cui avatar è un imponente cyborg meccanico, e un amore non esplicitato per Art3mis (Olivia Cooke), un’esperta giocatrice destinata ad avere un ruolo fondamentale tanto nella vita di Parzival che nel destino di Oasis. A completare quelli che nel gioco saranno identificati come gli altissimi cinque ci sono Daito (Win Morisaki), il cui avatar è un samurai molto rispettoso del bushido, e Sho (Philip Zao), nei panni di un agile ninja. L’avventura che i cinque protagonisti si troveranno ad affrontare si compone di 3 prove di cui è meglio parlare il meno possibile, per lasciare che da spettatori viviate al meglio il coinvolgimento, l’adrenalina e lo stupore del film. Una costruzione visiva straordinaria; la potenza di una colonna sonora che mescola i temi composti da Alan Silvestri con i classici rock anni ’80; la completezza dell’enciclopedia di rimandi, molti nuovi rispetto al libro e stupefacenti, sfruttati con intelligenza e coerenti con i contenuti.

Fin dalla scena di apertura, ambientata nella baraccopoli in cui vive Wade, Steven Spielberg riesce ad affascinare lo spettatore, costruendo una sequenza dinamica e divertente, che racconta in pochi secondi il contesto di vita del ragazzo e richiama l’inizio di Ritorno al Futuro, anche per il gioco fra le immagini e la colonna sonora. Dal momento in cui Wade entra in Oasis, il film è un crescendo di emozioni: montaggio serratissimo e sequenze spettacolari a loro volta offrono una panoramica esplicativa di cosa Oasis sia.

Ready Player One rientra pienamente nella classica produzione di Steven Spielberg, ricca di idealismo e propugnatrice del valore dell’amicizia, dell’amore e della lealtà, della determinazione nel perseguire i propri sogni.

L’universo che Cline ha messo nelle pagine di Ready Player One si anima nel film di Spielberg di una straordinaria commistione di colori, citazioni, rimandi, vita digitale pulsante che necessiterà più di una visione per essere pienamente assorbita ma che stordirà fin dalla prima per la sua completezza. Dopo essere stati in Oasis, la vita fuori di esso sembrerà più lenta, allo spettatore come allo stesso Wade, che nel corso del film non mancherà di sottolinearlo, senza per questo togliere valore alle proprie esperienze reali.

Ready Player One è una metafora del processo di crescita, ma anche della nostra realtà contemporanea; una riflessione ponderata sul rapporto fra reale e virtuale, che guarda a quest’ultimo con un entusiasmo consapevole delle possibilità come dei limiti del mezzo. Vero manifesto della cultura Pop contemporanea, il film si rivolge a un pubblico più ampio di quello del libro, rendendo universale un messaggio che nel libro di Cline era ancora rivolto a una minoranza, richiamandola in qualche modo anche ai suoi doveri di vigilanza, controllo e partecipazione a difesa del mondo in cui viviamo, tanto nella sua forma virtuale che in quella reale.

In questo Ready Player One rientra pienamente nella classica produzione di Steven Spielberg, ricca di idealismo e propugnatrice del valore dell’amicizia, dell’amore e della lealtà, della determinazione nel perseguire i propri sogni, con un costante richiamo al rispetto e all’empatia nei confronti degli altri, che vanno difesi da chi ha come obiettivo il profitto a discapito di tutto e tutti. Temi banali? Diremmo piuttosto universali e sempre veri, banalizzati in tante produzioni ma esaltati da cineasti visionari che non hanno dimenticato il valore di far sognare i propri spettatori, calandoli per un paio d’ore in un contesto in cui i buoni possono vincere facendo affidamento gli uni sugli altri, e in cui persino i cattivi possono avere un momento di esitazione di fronte a qualcosa di genuinamente emozionante.

di Roberto Semprebene
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