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Bande à part Recensione


Bande à part Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Bande à part viene riproposto in versione restaurata nelle sale italiane e, nonostante il suo bianco e nero del 1964, rimane uno dei film più creativi, ribelli, freschi e moderni del panorama cinematografico di sempre. Per Jean Luc Godard si tratta del settimo lungometraggio, dopo l’esordio folgorante di Fino all’ultimo respiro.

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Voto Silenzio in Sala: 4.5/5
Voto utenti: 3/5

Già consapevole della propria autorialità, Godard si pone come uno dei principali rappresentanti della Nouvelle Vague: la nuova era del cinema, iniziata alla fine degli anni '50, si contrapponeva a un cinema “dei papà”, statico, vecchio, narrativamente classico.

Insieme a lui altri registi (Truffaut, Chabrol, Rohmer…), poco più che ventenni, hanno come cifra stilistica la tendenza alla profondità di campo e al piano sequenza; i loro film sono in parte girati con mezzi di fortuna nelle strade e in appartamenti; il suono è in presa diretta. Jean Luc Godard usa sempre la macchina a mano per dare un senso di leggerezza e fluidità. E infatti, i protagonisti di Bande à part nel film corrono parecchio.

Per le riprese in esterni, l'operatore Coutard usa una macchina da presa Arriflex 2 C, che può essere tenuta sulla spalla per dare un'impressione di velocità. Corre e soprattutto balla anche Odile (Anna Karina), bella, ingenua e sensuale, chiedendosi se i due ragazzi con i quali ha fatto comunella (band a part) noteranno i sobbalzi del suo seno. Li ha conosciuti a un corso di inglese, si chiamano Arthur (Claude Brasseure) e Franz (Sami Frey) e si sono entrambi invaghiti di lei. Quando Odile commette la leggerezza di rivelare che il pensionante di sua zia Victoria, la padrona di casa, tiene nascosta in soffitta una grande somma di denaro contante, i due ragazzi decidono di tentare una rapina.

Una voce esterna narrante, come in un romanzo, descrive lo stato d’animo e il punto di vista di ognuno dei protagonisti, che intrecceranno i loro desideri e le loro vite fino a tessere un epilogo al contempo romantico e tragico.

Riproposto in versione restaurata nelle sale italiane, nonostante il suo bianco e nero del 1964, rimane uno dei film più creativi, ribelli, freschi e moderni del panorama cinematografico di sempre.

La storia è una trasposizione molto libera di un romanzo dell'economica Série Noire di Gallimard; al contempo strizza l’occhio a Romeo e Giulietta di Shakespeare, citato dall’insegnante di inglese dei nostri tre, durante una delle poche lezioni a cui parteciperanno.

I lunghi primi piano degli occhi malinconici di Odile, i tempi dilatati e l’amore indiscusso per i libri, per la letteratura e la cinematografia di serie B contribuiscono a fare di Bande à part un film indimenticabile, un’icona assoluta di bellezza cinematografica. La celeberrima scena di ballo nel caffè-ristorante è stata ripresa in Pulp Fiction e, più recentemente, in Le Week-End di Roger Michell. La sequenza girata nel Louvre, dove Franz, Arthur e Odile corrono lungo gli immensi spazi del museo sarà citata molti anni dopo da Bernardo Bertolucci nel suo The Dreamers - I sognatori. Il momento in cui i due ladri, il volto coperto da calze nere (che Odile si è appena sfilata), entrano nella casa da rapinare - e mentre uno si aggiusta la cravatta allo specchio, l’altro ruba rapidamente un libro dalla libreria -, non genera solo un godimento visivo e intellettuale senza paragoni, ma anche la consapevolezza che i protagonisti sono folli, disperati, poeti, sognatori.

E che quel che si sta guardando è la rappresentazione della vita attraverso il gioco della finzione e la bellezza dell’arte. Quindi, qualcosa di sublime.

di Emanuela Di Matteo
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