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Recensione Silenzio in sala
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L’ultimo film di Kim Ki-duk, Il prigioniero coreano, presentato alla 73ª Mostra del Cinema di Venezia nel 2016 e in uscita nelle sale italiane il 12 aprile, riporta alla ribalta uno tra i più conosciuto registi orientali in Occidente: numerosi i suoi film, accolti con entusiasmo nel nostro continente e spesso vincitori di premi ai festival più prestigiosi. La vicenda de Il prigioniero coreano si svolge a cavallo fra le due Coree e oggi risulta quanto mai d’attualità, considerata la situazione di tensione che si è venuta a creare in quella lontana parte del mondo.

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Voto Silenzio in Sala: 4.5/5
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Nam Chul-woo è un umile pescatore che vive con la moglie e la figlioletta in un villaggio della Corea del Nord, poco lontano dal confine. Ogni giorno esce sul fiume con la sua barchetta per gettare le reti e poter sfamare la sua famiglia. Sino a quando, in una fredda mattina di inverno, la corrente è così forte che spinge la sua barca, con il motore in avaria, nelle acque territoriali della Corea del Sud. Nam verrà così catturato dalla polizia sudcoreana, portato a Seul e incarcerato con l’accusa di spionaggio. Dopo estenuanti e brutali interrogatori, Nam verrà rilasciato e rimandato a casa: ad attenderlo ci sarà la polizia del suo paese, che dovrà convincere di aver mantenuto la propria integrità morale.

Abbandonata la violenza e la durezza che ha caratterizzato molte sue opere precedenti, l’ultima fatica di Kim Ki-duk è una riflessione amara sulla situazione politica delle due Coree, la cui divisione viene percepita dal regista come una ferita che sanguina ormai da troppo tempo. Nelle intenzioni di Kim Ki-duk c’è quella di mostrare le profonde similitudini – e non potrebbe essere diversamente – fra i due paesi. Da una parte la dittatura, dall’altra la violenza ideologica.

Abbandonata la violenza e la durezza che ha caratterizzato molte sue opere precedenti, l’ultima fatica di Kim Ki-duk è una riflessione amara sulla situazione politica delle due Coree, la cui divisione viene percepita dal regista come una ferita che sanguina ormai da troppo tempo.

In mezzo c’è il popolo, la gente comune che viene qui rappresentata da Nam, il cui unico desiderio è quello di poter tornare a casa dalla propria famiglia, per la quale lui risulta essere l’unico sostentamento.

La figura del povero pescatore riprende uno dei temi cari al regista, quello della solitudine dell’uomo. Anche se in questo caso non siamo di fronte a uno dei molti emarginati che costellano la sua filmografia bensì a un uomo integrato nel suo mondo. Nam è un uomo solo e indifeso di fronte al potere rappresentato dalle istituzioni, siano esse quelle del Nord o quelle del Sud. Istituzioni violente e corrotte che non esitano a utilizzare un povero cristo per i propri fini.

Su tutto domina l’acqua, elemento fluido che scorre lungo tutta la filmografia di Kim Ki-duk, sin dalla sua prima opera, Crocodile. E sull’acqua Nam attraversa, suo malgrado, il confine. Una linea labile, quasi inesistente; imposta da una situazione politica che il regista rifiuta perché la Corea dovrebbe essere una e indivisibile. Bellissimo ritorno, Il prigioniero coreano. Che ci restituisce un regista che ha attraversato momenti assai difficili dai quali è riuscito a riemergere. Un film che si avvale della solida sceneggiatura dello stesso Kim Ki-duk (che firma anche la fotografia) e di un cast decisamente all’altezza: su tutti emerge Seung-bum Ryoo che, nel dare il volto al pescatore Nam Chul-woo, dimostra una grande capacità interpretativa.

di Marcello Perucca
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