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Recensione Silenzio in sala
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Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, direbbe qualcuno. E in Nella tana dei lupi di duri se ne vedono davvero tanti: a partire dai due protagonisti, “Big” Nick O’Brien, capo di una squadra speciale anticrimine e Ray Merriman che, insieme alla sua banda di rapinatori, progetta il colpo del secolo ai caveau della Federal Reserve Bank di Los Angeles, la città con la più alta percentuale al mondo di rapine in banca, come ci informa una delle didascalie iniziali.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Nel film di Christian Gudegast assistiamo per 140 minuti allo scontro senza esclusione di colpi fra questi due leader che, solo apparentemente, si pongono agli antipodi ma che di fatto sono l’uno la rappresentazione speculare dell’altro. Infatti, se da un lato conosciamo “Big” Nick, intollerante alle regole imposte, a capo della sua squadra di agenti speciali con metodi decisamente poco ortodossi, dall’altro vediamo Merriman, appena uscito di galera dopo sei, lunghi anni, guidare in maniera ferma e decisa il suo gruppo di criminali per arrivare a realizzare quello che nessun altro aveva mai osato fare: penetrare nel cuore di una delle fortezze più inespugnabili al mondo, la banca federale degli Stati uniti. Entrambi posseggono l’autorevolezza che li fa apprezzare e rispettare dai propri uomini. Tutti e due, seppur in maniera differente, credono in ciò che fanno e lo vogliono fare al meglio. E, in fondo, si avverte un rispetto reciproco.

Nella tana dei lupi è un thriller d’azione che, nelle intenzioni del regista nonché sceneggiatore e autore del soggetto insieme a Paul Scheuring, dovrebbe assicurare una carica adrenalinica tale da non indurre lo spettatore a cali di tensione, “immergendolo” completamente dentro la scena. Non neghiamo che, in parte, lo scopo viene raggiunto. Tuttavia quello che si percepisce alla fine delle oltre due ore di spettacolo – forse eccessive – è un senso di “déjà vu”, soprattutto rimandi a film di ben altro spessore entrati a buon diritto nella storia del cinema.

Si percepisce un senso di “déjà vu”, rimandi a film di ben altro spessore: da Michael Mann a David Mamet.

D’altra parte è lo stesso regista a confidare di essersi ispirato a quelli che lui considera i suoi film preferiti: da Il colpo di David Mamet, a Heat – La sfida di Michael Mann. Senza tralasciare un pizzico di Quel pomeriggio di un giorno da cani e de Il braccio violento della legge. Purtroppo tutto ciò non è stato sufficiente a Gudegast, qui alla sua prima prova registica, per realizzare una pellicola all’altezza. Il risultato è un film che eccede in scene spettacolari ma pecca decisamente nella descrizione psicologica dei personaggi.

Tutti, dai due leader ai componenti delle due bande che si affrontano, sono descritti in maniera un po’ rozza e scontata. Non viene tralasciata neppure la storia parallela del divorzio di Nick dalla moglie, con conseguente allontanamento dalle adorate figliolette, che ci regala la scena del poliziotto seduto in macchina a piangere, per poi tornare subito dopo a dar la caccia al cattivo Merriman. Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire. E non basta a risollevare le sorti di questo thriller, che si potrebbe a tutti gli effetti definire minore, qualche bella ripresa aerea di Los Angeles o l’accurato lavoro di addestramento all’uso delle armi compiuto sugli attori per rendere il più realistico possibile il film. E dire che la sequenza iniziale con la macchina da presa a seguire, dall’alto, un furgone portavalori nella notte piovosa, lasciava ben sperare. Nella tana dei lupi è un’opera che non si farà fatica a riporre, dimenticandola in fretta, in qualche lontano anfratto della mente.

di Marcello Perucca
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