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Recensione Silenzio in sala
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La storia sportiva di Conor McGregor raccontata da Gavin Fitzgerald raccoglie quattro anni di materiale - tra cui importanti dietro le quinte - di uno tra gli sportivi più mediatici del nuovo millennio; tra le più frequenti ricerche su Google, al pari di star come LeBron James e Cristiano Ronaldo. Quello che ha reso Conor McGregor un'icona dello sport, capace di portare le arti marziali miste a una visibilità mai raggiunta prima, è una combinazione perfetta di fattori: da un lato c'è lo sportivo, ai limiti della perfezione, dall'altro una persona che fa dell'allenamento e del sacrificio uno stile di vita, e poi c'è il personaggio, irriverente nei confronti degli avversari, sfacciato e mai banale.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5



Conor McGregor si è fatto largo nel mondo delle arti marziali miste, raggiungendo la consacrazione, nell'incontro storico contro il campione in carica dei pesi piuma, imbattuto da 10 anni, Josè Aldo, la cui carriera e i cui successi sono raccontati nel film Il più forte del mondo. Un solo pugno, 13 secondi di match, per mettere KO una leggenda vivente di questo sport. E nonostante tutto ciò McGregor sin dalla mattina successiva ha ricominciato ad allenarsi per poter prendere peso e concorrere anche al titolo dei pesi leggeri contro Nate Diaz. Ecco come Conor McGregor è diventato lo sportivo più cercato su Google.

Il documentario segue l'irlandese da quando si allenava in una palestra diroccata, quando non c'erano soldi per comprare l'attrezzatura necessaria e viveva a casa della mamma. Ma è proprio in quella situazione che emerge la determinazione e la consapevolezza dei propri mezzi, il volto dietro quella maschera di strafottenza con cui si mostra agli avversari. Quel modo di fare, che l'ha reso inevitabilmente famoso e che ricorda le tecniche di comunicazione di Muhammad Alì, si mescola con la vita privata nel passaggio dal precariato al grande lusso.

Ma se la storia ed i retroscena di questo campione sono di natura accattivanti e interessanti, non si può dire lo stesso della regia del film che spesso sembra non riuscire a stare dietro ai calci e ai pugni di McGregor. Accelera (soprattutto nella prima parte) e decelera non sempre in maniera coerente, prendendo via via la strada della spettacolarizzazione dei combattimenti a discapito della persona.

Il documentario segue l'irlandese da quando si allenava in una palestra diroccata, quando non c'erano soldi per comprare l'attrezzatura necessaria e viveva a casa della mamma.

Spesso in maniera sconclusionata si passa dal racconto di una vita alla pura celebrazione, diventando un lungo spot pubblicitario. Non vengono più approfonditi i rapporti con le persone vicine, non viene più analizzata la psicologia di McGregor, non vengono più raccontati i retroscena: vi è solo la mercificazione di un brand e la mitizzazione del superuomo rappresentato da McGregor con l'unico effetto di diventare noiosamente ripetitivo. Eppure le basi per un racconto sincero e genuino erano state gettate nei primi minuti: era lecito aspettarsi una cura maggiore piuttosto che un'occasione persa.

di Alfredo De Vincenzo
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