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Mute Recensione


Mute Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Duncan Jones esordisce alla regia nel 2009 con Moon, dove Sam Rockwell è confinato su una base lunare e finalmente, dopo tre anni, sta per tornare a casa. La pellicola hard sci-fi colpisce subito al cuore il pubblico, ma soprattutto la critica, e lancia Jones nell’Olimpo delle "promesse da tenere d’occhio".

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Una volta entrati a far parte di questo limbo, il vero banco di prova diviene il secondo lungometraggio in cui i registi possono confermare il proprio acume narrativo oppure bruciarsi le ali come Icaro nel tentativo di spingersi più in là di quanto il loro talento consenta.

Il secondo lungometraggio del regista britannico è Source Code, thriller fantascientifico che però risulta essere molto meno incisivo di Moon e che abbassa l’asticella delle aspettative su di lui. Per il suo terzo film Duncan Jones si discosta dalla sci-fi decidendo di fare un passo più lungo della gamba: si imbarca in un progetto colossale nel tentativo di portare un franchise videoludico al cinema e con l’ambizione di creare una saga che possa rivaleggiare nientemeno che con Il signore degli anelli. Il film in questione è Warcraft - L'inizio, figlio di una travagliata storia produttiva: a meno di due anni dalla sua uscita in sala, praticamente tutto il pubblico generalista l’ha già dimenticato. Le aspettative su Jones si sono quindi assottigliate molto, salvo ravvivarsi flebilmente quando Netflix ha annunciato che il suo nuovo film sarebbe approdato direttamente sulla piattaforma streaming e sarebbe stato un ritorno alle origini.

Mute è ambientato in un mondo futuristico che deve molto della sua estetica a Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, mutuandone soprattutto la fotografia blu-fluorescente. Siamo a Berlino e il protagonista Leo (Alexander Skarsgård, l’Eric Northman di True Blood) è un hamish muto che fa il barista. La sua ragazza fa la cameriera nello stesso locale e una sera dice di dovergli parlare “di una persona” ma lui non vuole sentire nulla. Il giorno seguente la ragazza sparisce e Leo inizia una discesa nei bassifondi della metropoli per cercare di ritrovarla, pestando i piedi a un sadico chirurgo in affari con la malavita.

Una domanda ronza incessante in testa: che senso ha ambientare una storia nel futuro e non sfruttare nessuna intuizione né visiva, né narrativa, che questo genere offre? Nessuna.

Lo spunto del protagonista amish che rifiuta la tecnologia è interessante, ma fine a se stesso e soffocato subito da una storia d’amore già vista ovunque.

Non c’è nulla nel film che giustifichi l’ambientazione, nessuna nuova tecnologia necessaria allo svolgersi degli eventi, nessuna trovata aliena o ipertecnologica che faccia progredire la vicenda. Per come è imbastita la storia, avrebbe potuto svolgersi ai giorni nostri o negli anni ’80 o persino nella Germania nazista, sostituendo il sadico chirurgo con un dottor Mengele qualsiasi. Forse così sarebbe stato anche più accattivante. Il medesimo discorso vale per la città: Berlino.

Se non fosse che è identificata dai personaggi e che di tanto in tanto qualcuno parla tedesco, non vi è nulla di riconoscibile. Tutto è soffocato da un anonimato senza senso. Risultano solo puri vezzi di regia, sui quali si potrebbe soprassedere (o che darebbero un valore aggiunto) se la storia fosse avvincente e ben narrata. Ma Mute non è nulla di tutto ciò, solo un film di due ore dai toni neo-noir che però Duncan Jones non è abile a gestire e che trasforma in una narrazione lenta, a volte addirittura immobile.

Lo spunto del protagonista amish che rifiuta la tecnologia è interessante, ma fine a se stesso e soffocato subito da una storia d’amore già vista ovunque (lui che perde il proprio grande amore e corre a salvarla attraverso mille pericoli: praticamente I promessi sposi). I due chirurghi antagonisti sono forse la parte più interessante del film (anche se costantemente in overacting) ma anche loro in tutto il secondo atto non fanno pressoché nulla a parte parlare a vuoto nel tentativo di creare brillanti dialoghi tarantiniani. Ovviamente senza riuscirci. Un po’ di coraggio in più nella messa in scena non avrebbe di certo guastato, magari spingendo di più sul fronte fantascienza o su quello della violenza (o magari entrambi): così com’è approdato su Netflix Mute è davvero un film anonimo e trascurabile. La conferma che Moon resta al momento il film migliore di Duncan Jones.

di Marco Filipazzi
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