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Recensione Silenzio in sala
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Il capostipite - non a livello cronologico - della famiglia dei wuxiapian, diretto dal regista taiwanese Ang Lee (Oscar al miglior film straniero nel 2001), La tigre e il dragone è l’unione ideale tra estetica, intrattenimento e contenuti. In Occidente abbiamo avuto la letteratura cavalleresca, che esaltava la figura di cavalieri come Tristano e Don Chisciotte; il cinema epico-cavalleresco con film come Le crociate di Ridley Scott o La maschera di ferro di Randall Wallace.

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In Oriente Ang Lee, maestro indiscusso del cinema orientale, ripropone in chiave moderna un genere quasi dimenticato. In questa pellicola tutta la tradizione cinese si muove sinuosamente attraverso l’eleganza e la flessuosità delle immagini.

La storia altro non è che una ballata di amore e vendetta, che mantiene intatti i temi classici, in cui le storie di diversi personaggi finiscono con l’intrecciarsi indelebilmente segnando il destino di ognuno. Da una parte troviamo Li Mu Bai (Yun-Fat Chow) e Shu Lien (Michelle Yeoh), due guerrieri erranti che non si possono amare perchè legati entrambi a una persona del passato. Dall’altra parte ci sono Jen Yu (Ziyi Zhang), già protagonista dei wuxiapian di Zhang Yimou, e Nuvola nera, divisi dalle leggi dell’impero cinese. L’ambientazione è quella di una Pechino del XVIII secolo, sotto la dinastia Qing, in cui le storie di questi spadaccini volanti si muovono tra foreste di bambù e tetti della città vecchia. Il wuxiapian è esteticamente ineccepibile sotto diversi punti di vista, tra cui i costumi e la scenografia: ad esempio gli uomini hanno la tradizionale acconciatura manciù (testa rasata a metà e l’altra metà raccolta in un lungo codino), le donne le antiche Buyao (decorazioni che sostengono i capelli); o anche l’uso delle armi classiche come la shuang gou (spada uncinata), la qiang (lancia), la jian (spada dritta, che nel caso del film è elemento fondamentale e si chiama “Destino verde”) e la dao (sciabola).

Un film che ha pochi rivali al mondo per estetica.

Altro aspetto fondamentale è quello dei combattimenti, volutamente inverosimili, che assomigliano più a danze eleganti che a vere e proprie lotte, specie per chi è abituato agli sparatutto americani. Non è un caso che la danza sia una costante di questi film, dato il forte legame con la tradizionale arte marziale cinese.

La componente culturale del film è predominante, e non può che affascinare chiunque conosca poco della Cina, eppure Ang Lee ha il compito di misurare l’arte tipicamente orientale (la fotografia, i piani sequenza, i colori, sono tipicamente orientali) con l’intrattenimento che l’industria cinematografica richiede: e così sforna un capolavoro fuori dal tempo e dallo spazio, che si muove intelligente tra poesia e arte marziale, nel senso più estetico del termine. A tutto questo si aggiunge un’altra componente culturale predominante, quella della filosofia zen, che vede in Li Mu Bai, un perfetto maestro.

Nulla da fare per chi aspettava di trovarsi davanti all’ennesimo film di “mazzate” a colpi di kung fu: La tigre e il dragone è un film che parla di amore eroico, di cavalieri volanti pronti a morire per una giusta causa, di vendetta. Un film che ha pochi rivali al mondo per estetica.

di Alfredo De Vincenzo
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