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Recensione Silenzio in sala
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Videorecensione

Ci sono racconti che sono sedimentati dentro di noi, come le storie dei nonni. La loro potenza risiede proprio nel modo in cui ci sono stati narrati e soprattutto nel modo in cui li abbiamo immaginati.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Anche se avessimo a disposizione una macchina del tempo non ci sogneremmo mai di andare a vedere personalmente come si sono svolti quei fatti, basta il piacevole ricordo. Ecco, la stessa sensazione si prova guardando Solo: A Star Wars Story: bellissimi ricordi tramutati in immagini… ma ne sentivamo davvero la necessità? Quarto film (in ordine cronologico d’uscita) dell’era Disney, secondo spin-off della saga dopo quell’inaspettata sorpresa di Rogue One, questo nuovo tassello si pone anch’esso nel gap temporale inesplorato tra la fine dell’Episodio III e l’inizio dell’Episodio IV. Al centro della vicenda vi è ovviamente Han Solo (qui con il volto non di Harrison Ford ma di Alden Ehrenreich) ragazzo alla ricerca di se stesso e del suo primo amore, che troverà la sua strada diventando un fuorilegge galattico.

Il problema di Solo: A Star Wars Story è che ci racconta una storia che già conosciamo per sentito dire, perché nella Trilogia Classica George Lucas aveva inserito una quantità di dettagli impressionanti per rendere credibile e vissuto il personaggio. Sappiamo che Han ha scelto volontariamente la vita di fuggitivo, sappiamo che c’è più di una taglia sulla sua testa, sappiamo che ha conosciuto Chewbecca moltissimi anni prima e che è uno dei pochi a capire la sua lingua fatta di versi e grugniti. Sappiamo che ha vinto il Millennium Falcon al gioco d’azzardo, soffiandolo all’amico/nemico Lando Calrissian, e sappiamo che quella è la nave più veloce della galassia perché ha fatto la rotta di Kessel in meno di 12 parsec! Tutto questo veniva presentato da Lucas come un dato di fatto, senza troppe lungaggini o spiegazioni, e proprio per questo risultava credibile… anche se non avevi la minima idea di cosa fosse la rotta di Kessel!

Intendiamoci, Solo: A Star Wars Story fa il suo lavoro e intrattiene più che bene. Un ottimo film d’avventura che rispecchia i canoni imposti dalla saga di Star Wars e attinge anche da quella altrettanto lucasiana di Indiana Jones – non è un caso che a scrivere ci sia Lawrence Kasdan, sceneggiatore di Indiana Jones e i predatori dell'Arca perduta, di Star Wars: Episodio V - L'impero colpisce ancora e di Star Wars: Episodio VI - Il ritorno dello Jedi – limando il più possibile la tanto ostentata ironia fuoriluogo che stona nei film recenti del canone. Da questo punto di vista si nota che gli spin-off della saga sono più liberi, meno vincolati e soprattutto meno schiavi delle pressioni produttive (fino a un certo punto però, dato che in corsa i registi originari Chris Miller e Phil Lord sono stati sostituiti da Ron Howard che ha dovuto rigirare quasi il 70% del film), ma nonostante ciò Solo: A Star Wars Story non riesce mai a raggiungere i livelli di Rogue One, rimanendo sempre svariati passi indietro.

Per assurdo il freno più grande del film è proprio il doversi confrontare con il personaggio di Han Solo, uno dei più amati della saga, reso immortale dall’interpretazione pressoché perfetta di un Harrison Ford in stato di grazia.

Nonostante il senso d’appagatezza che il film lascia, una volta conclusa la visione, una domanda seguita a insidiarsi nel cervello: era davvero necessario? Non potevamo accontentarci dei nostri ricordi e colmare i vuoti con l’immaginazione?

Non è un caso che la sequenza che più di tutte fa correre brividi lungo la schiena è proprio quella che si ancora maggiormente alla Trilogia Classica: quando vediamo per la prima volta Solo e Chewbe pilotare insieme il Falcon, con in sottofondo le immortali note del tema composto da John Williams più di 40 anni fa.

Al netto di alcune trovate di puro fan-service (che comunque fanno piacere, anche se andare a pescare dalla tanto bistratatta Trilogia Prequel vuol dire essere arrivati alla frutta), una fotografia davvero troppo scura, un Woody Harrelson che si divora il film ogni volta che compare in scena e un mostro spaziale che rievoca il lovecraftiano Azatoth, Solo: A Star Wars Story non fa altro che unire i puntini. Ci narra una storia che fino a oggi abbiamo solo sentito raccontare, ma sostanzialmente non aggiunge alcun dettaglio nuovo, rilevante, fondamentale o scioccante. E nonostante il senso d’appagatezza che il film lascia una volta conclusa la visione, una domanda seguita a insidiarsi nel cervello: era davvero necessario? Non potevamo accontentarci dei nostri ricordi e colmare i vuoti con l’immaginazione? Perché per decenni Star Wars è stato sinonimo di “immaginazione”, non solo visiva, ma anche e soprattutto delle innumerevoli storie che si celavano dietro ogni personaggio.

Ma se continuiamo a sviscerarle, raccontarle, portarle sul grande o piccolo schermo, ben presto non ci rimarrà più nulla su cui poter fantasticare. E sarebbe un gran peccato.

di Marco Filipazzi
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