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A Quiet Passion Recensione


A Quiet Passion Recensione

Recensione Silenzio in sala
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A Quiet Passion, del regista britannico Terence Davies, è un biopic sulla vita di Emily Dickinson, fra le maggiori poetesse del XIX secolo: nata ad Amehrst, in Massachusset, nel 1810 e morta nella medesima località all’età di 55 anni a causa di una grave malattia renale. Il film si sviluppa a partire dall’episodio in cui Emily, giovane studentessa presso l’esclusivo college femminile di Mount Holyoke, si rifiuta di sottostare alla tradizionale dichiarazione di cristianità, suscitando sdegno nella rigida istitutrice e decretando, di fatto, la sua fuoriuscita dalla scuola.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Di qui la pellicola si dipana lungo tutta la vita della poetessa, trascorsa quasi interamente presso la casa di famiglia, senza allontanarsene mai, se non per brevi e rari periodi. Iniziamo così a conoscere Emily Dickinson, una donna di grande temperamento, poco incline ad adattarsi a una società dominata dagli uomini e che aveva trovato nella poesia la sua unica ragione di vita. Poesia che le diede una fama postuma, in quanto, in vita, le erano stati pubblicati solo sette componimenti, su oltre mille da lei scritti e rinvenuti dai familiari dopo la morte.

Il film è un viaggio nella vita e nel tempo di Emily. Ci accostiamo a lei e alla sua famiglia, che ebbe un’importanza enorme nella vita della donna. La madre e, soprattutto, il padre, noto e affermato avvocato che, pur nella sua fermezza, asseconderà sempre la figlia nella scrittura; il fratello Austin e la sorella Vinnie, alla quale Emily era profondamente legata. Tutte figure fondamentali nella vita della Dickinson che Terence Davies, anche autore della sceneggiatura, racconta in maniera efficace, fornendo uno spaccato realistico dell’alta borghesia puritana del New England dell’Ottocento.

A Davies va il merito di essere riuscito a descrivere efficacemente alcuni aspetti chiave della vita della poetessa, come il suo rapporto con la religione e gli amori, pochi e mai vissuti nella loro interezza.

Allo stesso tempo Davies è bravo a fornire un’immagine viva della poetessa, cogliendo l’essenza del suo spirito ribelle e della natura complessa e travagliata che la contraddistinguevano. Un travaglio interiore che traspare in modo netto dalle poesie, che parlano di amore e natura ma anche della morte e della solitudine, evidenziando quel carattere schivo e poco incline alla notorietà tipico della Dickinson (Io non sono nessuno, chi sei tu? Sei nessuno anche tu? Allora siamo in due. Non dirlo. Spargerebbero la voce.

Ci caccerebbero lo sai. Che grande peso essere qualcuno).

La fotografia di Florian Hoffmesiter esalta le tonalità calde degli interni della dimora della Dickinson. Le prove attoriali – su tutte quelle di Jennifer Ehle (Vinnie), Keith Carradine (il padre) e, soprattutto, Cynthia Nixon (Emily), bravissima a far emergere le fragilità e le contraddizioni del suo personaggio – permettono al film di non deludere, nonostante qualche lentezza di troppo. A Davies va il merito di essere riuscito a descrivere efficacemente alcuni aspetti chiave della vita della poetessa, come il suo rapporto con la religione e gli amori, pochi e mai vissuti nella loro interezza. Una vita che scelse di trascorrere reclusa a partire dall’età di venticinque anni, probabilmente a causa della consapevolezza della sua enorme difficoltà a rapportarsi con il mondo. Su tutto quanto aleggiano i versi della Dickinson recitati dalla voce over della protagonista, che accompagnano tutta la narrazione sino al tragico epilogo.

di Marcello Perucca
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