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1945 Recensione


1945 Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Un bianco e nero desueto, terso e luminoso, ci riporta indietro, fin dalle prime immagini, all'agosto del 1945. Un uomo di mezza età che fa la barba, la moglie ancora addormentata, preparativi per il matrimonio del figlio, il piccolo centro nella campagna ungherese, con braccianti e contadini operosi, intravisto attraverso le tendine bianche.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 4/5

La radio che parla dei bombardamenti sul Giappone e dei cambiamenti che stanno per arrivare. Tutto sembra normale, eppure eccezionale, in quel fatidico anno di fine guerra. Ma andando avanti scopriamo che la giovane sposa ha accettato quel matrimonio solo per interesse, benchè ami un altro e che il capofamiglia, un notaio intraprendente e senza scrupoli, ha costruito la sua ricchezza sull'altrui sofferenza e morte. Infatti, puntuale, in quell'anno di trasformazioni, di nuovo mondo in arrivo, atteso dai giovani e temuto dai vecchi, giungerà anche la resa dei conti. Il destino arriva e lo fa nella forma di due uomini, un giovane e un anziano, ebrei, giunti alla stazione del paese con il treno. Cosa vorranno? Chi sono? Serpeggiano paura, diffidenza, sguardi ostili. Tutto quello che apparteneva a “loro”, agli ebrei, dopo la deportazione, ormai è stato preso, sottratto, rubato.

Possiamo davvero renderci conto del livello raggiunto della filmografia dell'Europa dell'Est, che non ha paura di essere etica, di porre dubbi e interrogativi, di raccontare le contraddizioni del presente attraverso il passato e viceversa.

E ora “loro”, i dimenticati, i traditi, sono ritornati. I due uomini, armati solo della loro dignità dei loro sguardi profondi e severi, attraversano il paese, a piedi, lentamente, con un carretto trainato da un cavallo che porta un carico misterioso di merci. Lo scalpiccìo degli zoccoli è il ticchettìo che scandisce il tempo, il destino, la distanza che separa l'iniquità e la colpa, dall'incontro con la propria coscienza.

Solo apparentemente realista, il meraviglioso film dell'ungherese Ferenc Török, ha la magia de Il Canto di Natale di Dickens, calato in un'atmosfera western. 1945 è semplice, inesorabile, cadenzato da un ritmo ben preciso, quasi musicale e simmetrico, perchè sia nel caso del matrimonio che in quello della vita del paese, nulla è come sembra.

Simile a un racconto di Flaubert, mentre descrive un piccolo mondo punteggiato di meschinità, affresca l'intero animo umano. E dopo la scoperta della verità, si chiude con un'inquadratura significativa e altamente simbolica: il fumo del treno, il treno che parte, il fumo che si sparge nel cielo e viene soffiato via dal vento. Come lo sono le cose del passato, gli eventi, le memorie, le anime dei morti, attraverso lo lo sguardo di un reduce dell'olocausto, nel quale non esiste giudizio, né vendetta, ma si intravede il senso più alto di tutte le cose.

L'ungherese Ferenc Török, dallo stile asciutto e poetico, è coetaneo del rumeno Adrian Sitaru, regista che affronta le controversie della morale e se il pensiero va anche al croato Rajko Grlić, capace di indagare con sensibilità l'animo umano, possiamo davvero renderci conto del livello raggiunto della filmografia dell'Europa dell'Est, che non ha paura di essere etica, di porre dubbi ed interrogativi, di raccontare le contraddizioni del presente attraverso il passato e viceversa, in modo semplice ma raffinato, mai banale, in grado di scuotere coscienze e suscitare emozioni profonde.

di Emanuela Di Matteo
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