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Recensione Silenzio in sala
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The Raid - Redenzione è un piccolo miracolo, sia per l’inaspettato successo - che gli è valso da subito lo status di cult - ma soprattutto per la sua storia produttiva. Gareth Evans, gallese d’origine, dopo aver diretto il suo primo lungometraggio low-budget, parte alla volta dell’Indonesia per girare un documentario sul Silat.

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Voto Silenzio in Sala: 5.0/5
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Questa è una disciplina marziale che gli indonesiani hanno inventato per resistere ai coloni olandesi che arrivavano imbracciando armi da fuoco, tutta basata su calci, pugni, gomitate e all’occorrenza anche coltelli o macheti. Mentre Evans si sta documentando per imbastire il film, conosce il fattorino di una compagnia telefonica di nome Iko Uwais, classe 1983, che pratica Silat dall’età di 10 anni. Tra i due è un colpo di fulmine ed Evans decide che non è un documentario quello che vuole girare, bensì un vero e proprio film con Iko come protagonista: nacque così la loro prima collaborazione, Merantau, che fa conoscere al mondo l’action indonesiano e, soprattutto, il suo astro nascente.

Il discreto successo di Merantau incoraggia Evans e Uwais a proseguire su quella strada, tornando a collaborare in un secondo film, Berandal, del quale è uscito on-line anche un trailer. Ma nel pieno della produzione i due si accorgono che il progetto era troppo costoso e che avrebbe richiesto più tempo del previsto per essere portato a termine; perciò Gareth Evans lo accantona colto da un’illuminazione sulla via per Giacarta. Avrebbe girato un film più asciutto ed essenziale, basato su un’idea tanto semplice quanto richiosa: una squadra di SWAT (o almeno il loro equivalente indonesiano) irrompe in un palazzo che è un centro nevralgico della malavita locale. Ma le cose vanno storte e le soluzioni si riducono a due solamente: morire o uccidere tutti i malviventi presenti nel palazzo sino ad arrivare al Boss finale. Così nasce quel capolavoro di The Raid - Redenzione: il miglior action degli ultimi 20, ma forse anche 30 anni.

Se si parla di “film asiatico d’azione” il pensiero corre subito a prodotti come Ong-Bak - Nato per combattere o The Protector - La legge del Muay Thai, ma qui alla regia c’è Gareth Evans: un occidentale che conosce i gusti del pubblico occidentale, che riesce a fondere nella pellicola la spettacolarizzazione delle arti marziali – e soprattutto l’atleticità assurda di Iko Uwais e Yayan Ruhian – con alcune regole fondamentali per poter vendere il film anche sul mercato europeo e magari statunitense.

Una cavalcata incessante di due ore, con un ritmo serratissimo, che non concede nemmeno un attimo di tregua, e coreografie che ridefiniscono completamente il genere.

Innanzitutto la sceneggiatura, che per quanto scheletrica riesce a dare a più di un personaggio un approfondimento psicologico sufficiente per giustificarne i comportamenti e donar loro coerenza. E non ai soli protagonisti, ma anche ad alcuni comprimari: come il malcapitato residente del palazzo a cui Iko Uwais piomba in casa. Poi c’è una regia solida, che mostra sin da subito la volontà di raccontare qualcosa di più che il collage di una serie di combattimenti spettacolari ma privi di phatos. Evans gioca con la tensione, rendendola palpabile sin da subito e raggiungendo il suo apice con alcune sequenze (il bambino in mezzo al corridoio; il nascondiglio dietro la finta parete) che mettono a dura prova i nervi degli spettatori.

Le scene di dialogo, necessarie per far progredire la narrazione, sono girate con lo stesso criterio delle scene d’azione e non si ha mai l’impressione che non siano importanti tanto quanto.

Poi, ovviamente, ci sono i combattimenti, che in un film che si presenta con la frase 1 minute of romance, 100 minutes of non-stop carnage non sono affatto un aspetto da sottovalutare, anzi. Vedere The Raid - Redenzione non è di certo come guardare un action qualsiasi americano, e la cosa è lampante soprattutto per due fattori: la totale mancanza di una legge che tuteli la sicurezza degli stuntmen sul set e nessun limite imposto da una produzione tiranna che deve rispettare una censura dittatoriale. Vi sono acrobazie tali per cui è impossibile che l’attore che le abbia compiute non si sia almeno rotto qualche osso, data la più totale assenza di CGI. Gente che sbatte contro spigoli o scalini, che rompe mattonelle con la testa, che salta nella tromba delle scale e che atterra inarcando la schiena in modo a dir poco innaturale. Quando picchia Iko Uwais non ha mezze misure e Gareth Evans ne ha ancora meno nel mostrare l’azione al suo stato più puro. Perché The Raid - Redenzione è questo: azione fisica e viscerale, fatta di sudore, sangue e violenza. Una cavalcata incessante di due ore, con un ritmo serratissimo, che non concede nemmeno un attimo di tregua, e coreografie che ridefiniscono completamente il genere.

di Marco Filipazzi
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