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La terra di Dio Recensione


La terra di Dio Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Presentato nel 2017 al Sundance Film Festival, e successivamente, alla 67ª edizione del Festival di Berlino, arriva in Italia La terra di Dio, acclamato film del regista britannico Francis Lee. Si tratta di un potente affresco di un mondo rurale perduto nella brughiera dello Yorkshire (la stessa descritta da Emily Brönte in Cime tempestose), fatto di allevamenti e di pastorizia, di ampi spazi incontaminati e di comunità ristrette.

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In questo contesto si sviluppa la storia di Johnny Saxby (interpretato dal ventisettenne Josh O’Connor, vincitore del premio come miglior attore ai British Independent Film Awards), che si occupa della fattoria di famiglia, nella quale vive con la nonna paterna (Gemma Jones) e il padre, magistralmente interpretato da Ian Hart, impossibilitato a lavorare a causa di un ictus che lo ha colpito. Johnny deve provvedere alla stalla, ai lavori di manutenzione, alla nascita dei vitelli e degli agnellini. La sua è una vita dura in cui gli unici svaghi sono le bevute solitarie al pub del paese, sino a ubriacarsi tutte le sere. Non ha rapporti amorosi, se non qualche incontro occasionale e veloce con altri ragazzi. La frustrazione per una vita che gli riserva solo fatica e solitudine lo porta a essere scostante, irritabile, intollerante al prossimo. Una corazza con cui tenta di superare le fatiche della vita quotidiana e non soffrire troppo per le ferite dell’anima. Ma la sua esistenza cambierà il giorno in cui alla fattoria giunge Gheorghe (Alec Secareanu), un giovane rumeno assunto per il breve periodo dell’agnellatura.

Un’opera parzialmente biografica che non è, come chiarisce lo stesso regista, un film sul coming out bensì un modo per misurare l’impatto emotivo che l’innamoramento ha su di noi.

Dapprima ostile al ragazzo, che si dimostra molto esperto nel lavoro, Johnny ne verrà ben presto attratto. Durante una permanenza di qualche giorno sui pascoli lontani da casa, i due si lasceranno andare alla passione. Johnny, forse per la prima volta nella sua vita, si scopre innamorato di qualcuno e questo gli permetterà di dare un significato alla sua vita, pur permanendo la fatica del lavoro e un ambiente duro, non facile da vivere.

È istintivo, guardando il film di Francis Lee, riandare con la mente a I segreti di Brokeback Mountain, la pellicola vincitrice dell’Oscar per la miglior regia nel 2006: vuoi per l’ambientazione, vuoi per la storia d’amore omosessuale fra i due allevatori.

D’altra parte è lo stesso regista a farne una citazione, quando Johnny stringe a sé, annusandolo, il maglione abbandonato da Gheorghe. Tuttavia il paragone è riduttivo. Quello che colpisce in La terra di Dio è il realismo con il quale tutto viene descritto: dalle scene di sesso all’ambiente naturale, ripreso nella sua meravigliosa asprezza. La bellissima fotografia di Joshua James Richards riesce a rendere poesia ogni minimo particolare, scrutando minuziosamente i volti dei personaggi con i molteplici primi piani o, al contrario, dando respiro al paesaggio con riprese in campo lungo. Paesaggio che qui diventa protagonista principale del film, alla pari di Johnny e Gheorghe.

La terra di Dio è un film sulla crescita interiore: sarà il rapporto con il giovane rumeno a consentire a Johnny di arrivare a un equilibrio che gli permetterà di accettare la vita, riconsiderando il proprio rapporto con il padre malato e affrontando con spirito nuovo il duro lavoro alla fattoria. Sarà grazie all’amore di Gheorghe che Johnny potrà diventare un uomo. Ottimo film quello di Francis Lee che, oltre a dirigerlo, ne ha scritto la sceneggiatura. Un’opera parzialmente biografica che non è, come chiarisce lo stesso regista, un film sul «coming out» bensì un modo per «misurare l’impatto emotivo che l’innamoramento ha su di noi». Sulla nostra capacità – o incapacità - «di aprirci sufficientemente all’amore e alla possibilità di essere amati».

di Marcello Perucca
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