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Recensione Silenzio in sala
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Strano come il cinema non degni certi argomenti per anni e poi, nel giro di una manciata di mesi (o magari settimane), escono due film che sembrano facce della stessa medaglia. È quello che sta accadendo con la vicenda del Canaro della Magliana (fatto di cronaca tutt’altro che recente, dato che risale al 1988) ispirazione sia per Matteo Garrone nel suo acclamato Dogman, sia per Sergio Stivaletti in Rabbia furiosa - Er Canaro.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Impossibile, quindi, parlare di quest’ultimo senza far riferimento al primo: non tanto per metterli a confronto (atto impietoso nei riguardi di Stivaletti) quanto per avere una visione globale della cronaca che - per quanto romanzata, come sottolineato da entrambi i registi - accomuna i due film.

Sergio Stivaletti è una di quelle maestranze che, nel nostro panorama di genere, non ha bisogno di presentazioni. Il Tom Savini italiano, il Rick Baker della penisola, il Greg Nicotero tricolore: in 50 anni di carriera ha collaborato con i più grandi registi nazionali, da Dario Argento a Lamberto Bava, da Gabriele Salvatores allo stesso Matteo Garrone. Sino a raccogliere la pesante eredità lasciata da un film incompiuto (l’ultimo) di Lucio Fulci, Maschera di Cera, esordio alla regia di Stivaletti. Un effettista con un curriculum del genere proietta determinate aspettative nello spettatore, specie quando alla base c’è un fatto di cronaca violentissimo come quello del Canaro. La storia è quella del mansueto proprietario di una toiletta per cani continuamente vessato da un ex-pugile che si atteggia a boss del quartiere, con il quale condivide un rapporto schizofrenico di amicizia e odio. I continui soprusi spingeranno Er Canaro nel baratro della follia, in cerca di vendetta verso il suo carnefice.

C’è un solo, gigantesco problema alla base di Rabbia furiosa - Er Canaro: la sua smisurata durata di 120 minuti. C’è un evidente problema nella gestione del ritmo che fa scorrere lentissime queste due ore; per tre quarti del minutaggio Sergio Stivaletti si sforza d’impostare un dramma psicologico, ma i mezzi non proprio hollywoodiani e l’inesperienza dietro la macchina da presa (è la sua terza regia di un lungo) lo fanno scivolare a più riprese nel trash.

Il miglior effettista italiano che si mette al servizio del fatto di cronaca nera più violento del nostro paese.

Ed è un peccato perché anche gli interpreti se la cavano bene: Romina Mondello è la moglie del Canaro in bilico tra disperazione e rassegnazione mentre Virgilio Olivari riesce a rendere credibile la figura del bullo. Ma su tutti primeggia il Pietro De Negri di Riccardo De Filippis (lo Scrocchiazzeppi di Romanzo Criminale – La serie), che non ha davvero nulla da invidiare all’interpretazione premiata a Cannes di Marcello Fonte

Il rapporto stesso tra Er Canaro e i suoi animali è esplorato in modo inedito, facendo pian piano emergere un curioso parallelismo con i film sui licantropi mano a mano che Pietro viene spinto sempre di più verso il suo limite. Le sequenze con l’uomo allo specchio e gli occhi iniettati di sangue ricordano molto da vicino la trasformazione di Un lupo mannaro americano a Londra, ma senza che qui accada nulla se non a livello psicologico. Il parallelismo però giunge alla sublimazione nella bellissima scena del funerale del cane, la sola dove la componente drammatica è resa in maniera credibile.

Tale scena è anche la chiave che fa svoltare il film verso la sua parte migliore, ovvero quella millantata dalle premesse inziali: il Sergio Stivaletti Show, il miglior effettista italiano che si mette al servizio del fatto di cronaca nera più violento del nostro paese. Una goduria! Le torture sono lente, il sangue moltissimo, gli effetti prostatici assolutamente credibili e provenienti dagli anni ’70. Lattice e gomma a profusione che danno quel tocco di macabro realismo che lo spettatore reclama!

Perché diciamoci la verità: Dogman è un ottimo film su praticamente tutti i fronti, ma quando si avvia verso il finale si sente la mancanza di quella dose di violenza (magari non eccessiva come nel film di Stivaletti, ma comunque abbastanza marcata) necessaria per rendere l’epilogo più appagante. Come se sfiorasse il culmine della sua escalation senza riuscire ad afferrarlo saldamente. Ecco, la mezz’ora finale del film di Sergio Stivaletti colma abbondantemente questa lacuna, appagando lo spettatore e dandogli anche una dose extra. E in quel momento, quando il film si trasforma finalmente in ciò che avrebbe dovuto essere sin dall’inizio, che diventa sublime e ci ricorda il motivo per cui il cinema italiano, in passato, è diventato famoso nel mondo.

di Marco Filipazzi
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