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Recensione Silenzio in sala
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Todd Haynes si cimenta con l’adattamento cinematografico de La Stanza delle Meraviglie di Brian Selznick, romanzo che racconta in parallelo le storie di Ben e Rose, protagonisti distanti nel tempo e nello spazio, ma legati da un destino comune. Questa narrazione, di indubbio fascino, per quanto decisamente “guidata” nell’evoluzione delle vicende che racconta, diventa nelle mani di Haynes un interessante esperimento audiovisivo, che alterna e mescola due diverse impostazioni di regia, fotografia e musica per raccontare gli anni ’20 di Rose (Millicent Simmonds), a cavallo del passaggio dai film muti a quelli sonori, e i 70s in cui si muove Ben (Oakes Fegley).

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Rose è una bambina sordomuta che, vivendo senza la madre, con l’amato fratello e un padre autoritario e poco comprensivo, soffre molto la solitudine. La situazione la induce a scappare verso New York, per vedere dal vivo uno spettacolo della sua attrice preferita (Julianne Moore). Il film ce lo racconta come si trattasse di un film muto, in bianco e nero e con tanto di cartelli che descrivono situazioni ed emozioni, chiaramente espressi dalla mimica della piccola Millicent, attrice in erba realmente sordomuta, che abbiamo visto anche nell’interessante A Quiet Place - Un posto tranquillo di John Krasinski.

La situazione di Ben è, se possibile, ancora più triste: non ha mai conosciuto il padre e si trova orfano di madre a causa di un incidente. Come se questo non bastasse, un trauma gli toglie l’udito, lasciandolo con null’altro che la speranza di trovare il genitore che non ha mai conosciuto. L’America che si sviluppa intorno a Ben si muove al ritmo del beat anni ’70, in pantaloni a zampa e camicie a quadri. Le vite dei due protagonisti si intrecceranno virtualmente in una New York che resta se stessa a prescindere dal decennio, che rende a entrambi possibile l’incontro con personaggi che li aiuteranno nel loro peregrinare e riconosce un ruolo importante per entrambi al Museo di Storia Naturale, discendente di quelle Stanze delle Meraviglie che danno il nome al film e che raccoglievano le raccolte dei primi collezionisti.

Il film di Todd Haynes si può idealmente dividere in due parti: la prima, che come detto distingue due piani temporali e due protagonisti, una seconda che tira le fila dei due discorsi e cerca di armonizzarli. Se da un punto di vista audiovisivo l’opera di Haynes risulta sicuramente curiosa e non priva di fascino, sia per la gestione della doppia linea temporale che per un successivo utilizzo di diorami e stop-motion, sulla storia si può sollevare qualche osservazione maggiormente critica: senza rischiare spoiler, è possibile dire che la narrazione è costruita, in certi passaggi, in modo smaccato per condurre lo spettatore lì dove lo sceneggiatore vuole arrivare, concedendosi forzature che non è possibile non considerare.

Il film di Todd Haynes si può idealmente dividere in due parti: la prima, che come detto distingue due piani temporali e due protagonisti, una seconda che tira le fila dei due discorsi e cerca di armonizzarli.

Delicato, in grado di coinvolgere e intenerire, La stanza delle meraviglie è assolutamente inverosimile in troppi passaggi.

Se si vuole intendere il film come una sorta di favola per ragazzi, probabilmente è possibile soprassedere su ciò che l’opera di Selznick - più che quella di Haynes - lancia alla sospensione dell’incredulità. Rispetto a La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret, non a caso portato sullo schermo da Martin Scorsese, questo La Stanza delle Meraviglie sembra un libro di grande atmosfera e fascino, ma meno adatto a essere trasposto in film, soprattutto a causa di un lungo “spiegone” nella seconda parte, che in mano a un regista meno fantasioso sarebbe risultato decisamente indigesto. Grazie al lavoro di Todd Haynes, che compensa col proprio mestiere questi limiti narrativi, si esce dal cinema tutto sommato soddisfatti, ma forse anche con la voglia di rivedere Hugo Cabret.

di Roberto Semprebene
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