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Recensione Silenzio in sala
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Un bellissimo albero getta la sua ombra dalla parte sbagliata, e cioè nel giardino dei vicini, dove la bionda Eybjorg, distesa sulla sdraio, non riesce a prendere il sole. Da questo piccolo pretesto, dalla richiesta - inizialmente abbastanza pacata - di sfondare un po' i rami, si innescano spirali di odio e rancori mal sopiti fra due coppie vicine di casa.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Lutti del passato non elaborati, gelosie, desideri di vendetta, fanno emergere lentamente quel mostro assopito che prende ognuno di noi quando viene toccato qualcosa che ci appartiene. Come avviene, ad esempio, nei casi di Road rage, ossia “rabbia da strada”: l’abitacolo viene visto dal guidatore come un involucro protettivo che nessuno deve violare, uno spazio da difendere. Evidentemente, lo stesso vale per la propria casa, per la propria intimità, per la propria dignità. Ne sa qualcosa la giovane Agnes, unita con Atli (Steinbor Hroar Steinborsson) in un freddo matrimonio: una notte per caso si sveglia e trova il marito intento a guardare sul computer scene di sesso delle quali lui stesso è il protagonista, insieme a una sua ex fidanzata. Ferita, la donna lo butta letteralmente fuori di casa, impedendogli di vedere la figlioletta. Atli chiede ospitalità alla madre Inga (Edda Bjorgvinsdottir), che per sua grande sfortuna è proprio la proprietaria del giardino con l'albero che fa troppa ombra, nonché una donna dal precario equilibrio mentale, pronta letteralmente a tutto, pur di avere giustizia.

Il regista Hafsteinn Gunnar Sigurosson ci dimostra come, pure nella civile Islanda, fra persone perbene, in un contesto di proprietà (una tesissima riunione condominiale ribadirà il concetto) si possano scatenare autentiche guerre a colpi di motosega, incredibili crudeltà, in un delirante crescendo di atti di violenza.

Un dramma grottesco con accenti orrorifici, freddamente ironico, chirurgicamente impietoso, che fa riflettere sulla natura umana senza lasciare spazio ad empatia e compassione.

Ne L'Ultimo Capodanno di Marco Risi - uno dei pochi esempi italiani di commedia grottesca, forse per questo all'inizio mal compresa e poi diventata un cult - avevamo assistito a simili derive della natura umana, ma si trattava di una commedia nera. Nel caso de L'albero del vicino forse si parla più di tragedia, velata di un'ironia molto amara che fa sorridere a denti molto stretti. Non basta la stupidità, la debolezza e la fragilità umana a suscitare drammi; ci mette lo zampino anche il destino, che naturalmente, con gelido pessimismo islandese, volge sempre al peggio.

L'architettura del film è perfetta, e non per nulla Hafsteinn Gunnar Sigurosson, giovane autore di talento, è stato annoverato nella prestigiosa Variety come uno dei registi europei da tenere d'occhio, vincitore del Festival di Torino con il precedente lungometraggio Either Way. L'albero del vicino è un dramma grottesco con accenti orrorifici, freddamente ironico, chirurgicamente impietoso, che fa riflettere sulla natura umana senza lasciare spazio ad empatia e compassione.

di Emanuela Di Matteo
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